tra parentesi

[e poi basta fare un bagno caldo avvolta dal profumo del mio bagnoschiuma che mi penetra veloce nella pelle tirandosi dietro lunghe scie di ricordi - e ritorna ad affacciarsi la nebbia che mi confonde - e mi fa pensare che in fondo le certezze non sono altro che gabbie - gabbie di strategie - e forse non basta ancora il mio accappatoio per asciugare l'ultima goccia che mi resta dentro]

questo post è lagnoso. lo so. e non so quanto lo senta davvero. ma a volte è così. e ci posso fare poco. per ora. devo aspettare che la mia pelle torni ad essere meno sottile di adesso. tanto prima o poi succederà. perchè succede sempre.
















ieri sera la luna brillava forte – nitida e luminosa, quasi insolente.
na notte chiara. come non capitava da tanto. di quella chiarezza che per osmosi pervade anche te, e guida i tuoi pensieri in luoghi che non avresti immaginato – prima.
penso a questo mentre guardo il cielo, appena fuori dal politeama dopo il mio primo film di europacinema 2004.
mi sento serena mi sento inquieta, e sono emozionata felice eccitata.
mi mancava davvero tanto il cinema; questo cinema. fatto di film sconosciuti, sale gremite di studenti e appassionati, registi giovani e talentuosi, e attori con facce vere e belle, che recitano in olandese norvegese islandese portoghese slavo – sottotitolati in inglese.
ed è dolce ritrovare vive in te passioni antiche che temevi spente.
il film di ieri era het zuiden di martin koolhoven. storia di un amour fou unilaterale, di rabbia e dolore, e di tante solitudini che si incontrano senza però toccarsi davvero – distanze forse incolmabili, fatte di disillusione e sogni feriti.
bella regia, asciutta e vagamente claustrofobica; e gli attori che danno vita a persone – non personaggi.
è un bel film. sono contenta di averlo visto.

guido a memoria verso casa – la strada che asseconda docile i miei gesti automatici – completamente persa nei miei pensieri.
penso all’amore, penso alla solitudine, penso alle scelte.
scene e volti e parole degli ultimi giorni, degli ultimi mesi che mi tornano in mente in successione rapida, e che d’un tratto mi si mostrano in una prospettiva diversa da quella consueta.
io sono una di quelle che hanno odiato *profondamente* l’ultimo bacio. mi sembrava così finto e poco credibile. le persone non sono così superficiali e fragili e immature. i rapporti non sono così vuoti e ipocriti e frustranti. e l’amore è vicinanza comunicazione comprensione apertura sostegno ricchezza; non è noia, non fa paura, non si spegne. credevo all’anima gemella e al destino e alla persona giusta – quella perfetta e speciale, quella *per sempre*. e avevo voglia di immaginare il mio futuro accanto a quella persona lì, di costruire i nostri sogni. le solite cose: matrimonio, figli, famiglia e pantofole.
oggi invece credo che in fondo muccino non l’avesse mica tanto sbagliato, il suo *ritratto generazionale*. il mondo reale ha poco a che vedere con l’iperuranio nella mia testa. e mi sa che devo decidermi a *sporcare* i miei ideali con un po’ di concretezza. per renderli veri.
così, in una notte chiara di luna piena, capisco che ho voglia di spazio.
spazio e tempo che siano miei, e miei soltanto – solo per me.
voglio sentirmi libera.
di questo ho bisogno, adesso.
niente gabbie.
e c’è un bel po’ di vita che mi si agita dentro, anche.
ricettività emotiva estremamente elevata. ondate di attrazione fonda senza nessun preciso oggetto – e forse proprio per questo ancor più intense – inaspettati frullar d’ali che mi solleticano lo stomaco. sguardi che mi colorano le guance, e respiri accelerati, e più voglia di sorridere, e di viverle le mie emozioni, senza pensare al dopo o a che significato hanno; senza prenderle troppo sul serio.
languida e vulnerabile e incosciente e sicura e consapevole e forte e lieve – mi scopro così adesso, tutte queste cose insieme.
è anche divertente, in realtà. e mi piace. ed è giusto per me – sempre così *penosamente* cerebrale e complicata.
basta che non combini guai. Che attacchi un bel cartello con su scritto lavori in corso. e mi metta buona da una parte ad aspettare. lasciando che le cose succedano – una volta tanto.

per ingannare l’attesa ho aggiunto un altro libro a quelli della pila sotto: questo qua. un giorno mi passerà anche l’ossessione per la minimumfax. forse.
















frammenti di un weekend

le sfumature del cielo al tramonto, colori in movimento che scivolano dolcemente l’uno nell’altro, e la magia delicata e sempre nuova del crepuscolo – camminare a piedi nudi nella sabbia umida mentre la sera si fa un po’ più buia – e la luna che si specchia nel mare in una danza di luccichii d’argento – bellezza da bere con gli occhi e respirare a fondo e trattenere a lungo.
passeggiate in salita e fiori dai colori intensi e gattini sospettosi e cani scodinzolanti, e ancora una volta perdersi a guardare il sole mentre sfuma nel mare – paesaggi consueti da prospettive nuove.
un film su cui sospendo il giudizio in attesa di capire se mi abbia lasciato qualcosa, oltre la consapevolezza che stefano accorsi sostanzialmente recita con le rughe della fronte; e che nella prima mezz’ora il protagonista assoluto è stato un grosso tronco d’albero adagiato in un bosco.
un film da cui forse mi aspettavo di più, che mi è piaciuto ma non mi ha emozionata come credevo.
una mostra potenzialmente molto bella e ricca di spunti, ma allestita in modo un po’ approssimativo.
e finalmente il programma di europacinema – che comincia oggi. giovedì venerdì e sabato farò la spola tra eden e politeama, credo.
i biglietti di un concerto, e tanta musica nelle orecchie e nel cuore.
prendere coscienza del fatto che non si può esaurire una ricarica da sessanta euro in dieci giorni, soprattutto mandando solo sms. la mia logorrea mi costa cara, caspita.

e poi.
emozioni diverse che si alternano in me.
che mi sorprendono, quando mi accorgo di provarle.
mi sembra che il mio corpo si risvegli piano, dopo essersi chiuso in un sonno lungo da giugno fino adesso. la pelle più sottile lo sguardo lucente i sensi affinati. voglia di fisicità di vicinanze di contatti. e sogni ad occhi aperti e brividi lungo la schiena, che mi fanno pensare quante cose siano ormai cambiate in me.
senso di perdita, anche.
sotto le coperte, prima di addormentarmi, mi rendo conto di come dentro me i lineamenti di un volto si facciano mano a mano meno nitidi, sempre più lontani. giorno dopo giorno. e so che una parte di me non esiste più, strappata via senza che io lo volessi. non posso farci niente. e nemmeno so se lo voglio, in fondo. ma fa male, di una tristezza che mi scivola dentro in grumi pesanti. d’altra parte, si muore un po’ per poter vivere, no?

ma l’unica verità che conta è che non vorrei niente di diverso da quello che ho, e non vorrei essere niente di diverso da quello che sono. e ora come ora, questo mi sembra la cosa più vicina alla felicità che si possa immaginare. per cui sorrido, e di sorrisi che illuminano, sì.
se dovessi scegliere della musica attraverso cui esprimere il mio stato d’animo, credo che sarei uno dei primi dischi dei beatles. con tutte quelle canzoni un po’ sceme un po’ ingenue, perfette da canticchiare mentre lavi i piatti. tipo the night before o it’s only love tanto per dirne un paio particolarmente *scemotte&tenerelle*.

ecco. mi sento così, e direi che mi piace.

per ultimo, alcune parole di manuel agnelli che in questi giorni sento intensamente mie:
«non voglio cambiare il mondo e non l’ho mai voluto. io sono una persona mediocre e i miei pensieri sono pratici: sono stufo di buttare via la mia vita con ideali giganteschi che non riuscirò mai a raggiungere perché “il mondo è una merda”. non voglio usare l’assoluto come scusa della mia incapacità. voglio fare delle cose anche piccole, però le voglio fare. provateci anche voi, ogni tanto. fa bene alla pelle».
















en attendant godot
[a heart thats full up like a landfill_a job that slowly kills you_bruises that wont heal]

oggi è una di quelle giornate in cui mi sembra di nuotare nell’aria – aria densa e rarefatta al tempo stesso – dimensione sospesa in cui ogni segnale e stimolo mi raggiunge filtrato e attutito, e ogni gesto e pensiero sembra lento, ogni emozione ovattata.
e io, seduta alla mia scrivania, aspetto.
circondata da oggetti che mi guardano con aria interrogativa, come cercassero in me risposte che però io non ho – risposte che a dirla tutta sono io a cercare in loro.
un libro aperto a pagina centottantanove – annotazioni in calligrafia minuta a margine, e una frase ancora aperta, e una matita abbandonata e stanca.
lo schermo del pc acceso, che spunta in mezzo a una cornice di post it attaccati uno sopra l’altro – date e scadenze, e un appuntamento oggi pomeriggio a cui non ho voglia di andare, e nomi e numeri di telefono, e indirizzi IP cancellati e riscritti e sottolineati, e sospetti e congetture che si rincorrono in una serie infinita quanto inutile di masturbazioni mentali.
una luce alogena che mi fa sentire caldo e un raggio di sole accoccolato su un cuscino.
ritagli di giornale e recensioni di film e dischi sparsi qua e là, e matite e quaderni e fogli scarabocchiati zeppi di appunti e fiorellini, spunti di storie e lettere a me stessa che non so se spedirò mai.
il cadavere del mio mouse senza fili che non mi decido a buttare, col ricevitore a infrarossi che giace sulla schiena come un grosso scarafaggio immobile e morto.

il mio caos quotidiano.
abbozzi di sogni come biscotti mordicchiati appena e poi lasciati lì – perchè non hai nessun reale appetito.

mi sono accorta che la mia wishlist si sta allungando in modo incontrollabile. e devo decidermi a sfrondarla, distinguere i capricci – e i love rescue me, gli harbours in the tempest – da ciò che sento davvero mio. per non affogarci dentro. come mi è successo spesso.

forse l’unica cosa da fare, piuttosto che cercare l’*illuminazione*, è semplicemente camminare, e vedere che strada prendono le gambe, e andare dietro a loro.
io so solo che non voglio una vita così (qui la traduzione in italiano), anche se la canzone la adoro. su qualsiasi altra cosa si può discutere.

passando a cose più amene.
qui, qui e qui tre foto con le nuove lucine in camera mia, che poi altro non sono che una fila di luci dell’albero di natale. (sono messa male, lo so). mica mi piacciono granchè, oltretutto. ci devo pensare, ecco.
















stasera avrei voluto scrivere un post divertente allegro e spumeggiante.
ma sono reduce dall’ennesima, periodica predica di mio padre. che come sempre non mi restituisce un’immagine particolarmente gradevole di me. anzi. mi fa sentire come se dovessi chiedere scusa al mondo per la mia esistenza.
stavolta però c’è una novità.
mi sono stufata del ruolo di bambina triste. e sono stanca di guardarmi con gli occhi di persone che non sanno vedermi.
perché la verità è che sì: sono uno splendore di ragazza. così come sono. eccheccazzo. chi non lo capisce, peggio per lui. perché davvero non ha idea di cosa perde. spingendomi lontana da sé.
kit mi dice che natasha mc elhone in questa foto le ricorda me. e io non lo so se le assomiglio, ma in qualche modo mi ci vedo. forse saranno le ali. chissà.
le ali mi piacciono. ad esempio, ho voglia di andare a vedere questo film solo per la locandina.
e a proposito di film. le chiavi di casa è veramente bellissimo. intenso e vero. e ti entra dentro. ti apre il cuore. delicato e sussurrato; ma incisivo. e mentre lo vedi lo assorbi piano; e lo porti via con te, nella vita, fuori dal cinema -come in quella bella frase di wim wenders scritta all’entrata del cinema president di milano.
ma al solito sto perdendo il filo.
in realtà avevo deciso di scrivere questo post solo per condividere con voi alcune mie foto ridicole. o meglio: alcune foto di una mia ridicola *acconciatura*. e uno. e due. e tre. non ho ancora deciso se ricorda più un cactus o un allegro funghetto; però mi fa sembrare più alta! e oltre alla foto della ragazza con le alucce, è qualcos’altro che parla di me. e di come mi sento. mentre arriva l’autunno.
cactus/funghetto con un paio d’ali e la valigia pronta.
marzo è vicino. e i progetti sono diventati programmi.
nell’attesa, sistemo nella mia stanza un’altra fila di lampadine..

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l’erba voglio non cresce nemmeno nel giardino del re

questa sconcertante verità – insieme alla notizia che l’erba del vicino è *sempre* più verde – mi fu rivelata quando ero molto piccola e avevo ancora le idee chiare su cosa volevo dalla mia vita, e cosa no. sei lì che ti costruisci il carattere e cominciano subito a farti menate sul modo verbale che usi per esprimere i tuoi desideri e le tue necessità – l’indicativo presente non va bene, bisogna scegliere il condizionale e magari aggiungere anche un *per favore* in fondo. poi è inutile, dopo vent’anni, lamentarsi che non sei venuta su abbastanza grintosa e determinata a ottenere ciò che vuoi. mica è colpa mia se inciampo di continuo nel principio di realtà e in quello della buona educazione, eccheccaspita.

ad ogni modo, in questo blog di erba voglio ce n’è un’intera piantagione.
spunta ovunque.
e mi fa piacere. ho un mare di cose che ho voglia di fare. o meglio. che voglio fare. e che voglio che succedano.
nel breve periodo – ordine casuale:
- voglio andare al milano film festival, almeno le ultime due giornate porca miseria;
- voglio che qualcuno mi porti a roma al brand:new day, soprattutto per afterhours, baustelle, cristina donà, julie’s haircut, marco parente, zu.. e anche per gli altri, vabè. ma soprattutto questi;
- voglio andare con la mia amica p. al concerto della bandabardò al saschall il 22 o il 23 ottobre;
- voglio prendere minimo minimo 28 a tutti e tre gli esami che devo dare da qui al 30 settembre, perché se mi danno meno è un furto;
- voglio finalmente riuscire a mettere l’adsl;
- voglio che questa fase ipergelatosa della mia vita si concluda, per pietà basta!, non ho già dato abbastanza alla sammontana? dovrebbero farmi azionista di diritto dell’empoli calcio, direi;
- voglio che mi arrivi il dvd di northern exposure, che è il mio serial-bibbia per chi non lo sapesse;
- voglio che il mio prof di tesi si decida a rispondere ad almeno una delle email che gli ho spedito;
- voglio che pubblichino il mio film preferito (la doppia vita di veronica) in dvd a prezzo stracciato;
- voglio che terje nordgarden faccia altri concerti molto a breve, voglio andarci, voglio che mi veda tra il pubblico e capisca che sono la donna della sua vita e si de-italianizzi e mi porti a vivere in norvegia;
- voglio che la minimum fax mi pubblichi i racconti senza cambiarmi i titoli;
- come condizione necessaria a ciò di cui sopra, voglio che i personaggi dei racconti si diano una smossa e mi indichino come cavolo vanno a finire le loro storie;
- nel caso *l’epifania del finale* non avvenisse, voglio che nessuno faccia una piega e mi pubblichi i racconti così come sono. david foster wallace può chiudere una storia così, di punto in bianco, senza finale, e io no?;
- voglio andare ogni santo giorno a europacinema e fare un’indigestione di film;
- voglio andare in inghilterra a trovare alessandra e già che siamo lì farci un giretto in irlanda;
- voglio conoscere un hacker per farmi fare quel lavoretto che *qualcuno* sa, e togliermi almeno sta paranoia;
- voglio decidermi a formattare il pc senza dimenticare di salvare *tutte* le cose importanti quando faccio il backup.
















ci sono giornate che nascono sghembe.
e ci sono giornate in cui ti alzi serena, e man mano che le vivi ti accorgi che stanno venendo fuori bene.
queste sono giornate oneste. sai cosa devi aspettarti. sei preparata, sei lucida, sei reattiva. puoi organizzarti mentalmente e psicologicamente per affrontare le cose che ti succedono, fare progetti, ascoltare te stessa e capire di cosa hai bisogno. e te le gestisci al meglio.
poi purtroppo esiste una terza categoria. la più subdola e infida.
la giornata che sembra iniziare bene. e che a un certo punto, a tradimento, mentre tu sei lì che tranquillamente ti fai i fatti tuoi, ti sbuca alle spalle dal nulla e ti urla “buuuuh!”. oppure, se è particolarmente *stronza*, lascia che l’ansia ti entri dentro piano, senza che tu te ne accorga. che quando inizi a sentire un leggero rimescolio nello stomaco e preoccupazioni sottili che ti si intrecciano in testa ormai è troppo tardi, perché ti è già arrivata dritto fino alle ossa.
resti lì come un’allocca e pensi che caspita, proprio non capisci che accidenti è successo.
andava tutto bene, no?
niente di diverso da ieri, no?
nessun passo indietro.
nessun ripensamento o patema d’animo o struggimento esistenziale.
n – i – e – n – t – e.
e allora?
e allora ti ritrovi a guidare nella tua città e mandare accidenti agli scooteristi che ti passano da destra, da sinistra, da ovunque sia possibile passare; a strombazzare come una pazza perché quello davanti ti fa rallentare fino ai 50km/h – e sei in *pieno centro*. dopo aver parcheggiato ti fermi a riprendere fiato, seduta in macchina a guardare il volante. e a un certo punto pensi “cazzo ma guidavo senza lenti?”, perché ti sei accorta che il volante lo vedi parecchio annebbiato. E nell’esatto momento in cui questa domanda prende forma dentro te, il blu della tua maglietta si macchia di una goccia più scura. così capisci che stai piangendo. e cominci a chiederti perché.
ma chissà poi se il perché di ciò che proviamo possiamo mai conoscerlo davvero. e se importa, e se serve a qualcosa.
a me no di sicuro.
non adesso, comunque.
ho voglia di colori e di cose belle. di sorrisi. di chiacchiere con gli amici, e di parole lievi – che ti sfiorano delicate, e ti alleggeriscono il cuore. ho il pelo setoso e lucente della mia gatta-strega da accarezzare. una notte buia e stellata in cui perdermi e sognare, da sentire sulla pelle e negli occhi, da respirare a fondo. e la me stessa bambina. che mi guarda inclinando la testa, e proprio non capisce perché grande e grossa come sono devo dipingere ogni cosa in modo così attorcigliato e complicato. quando è tutto così semplice, invece. e non c’è niente, proprio niente per cui valga la pena star male. finchè ho me stessa.
così, stasera potevo scrivere uno di quei post da blog-con-lo-sfondo-così.
uhm.
l’ho fatto?
vabè. ognuno ha i suoi lati deboli, no?
















nelle mie vane (per ora) ricerche del borsone trolley di hello kitty di cui parlavo lunedì mi sono imbattuta in un link che non c’entra niente, ma è decisamente troppo bello per non dargli il risalto che merita. *esistenzializzando* si potrebbe dire che non esistono amori impossibili. e che vale sempre la pena insistere e lottare per l’amato. poi magari non sempre finisce come in big fish, e si rischia di beccarsi una bella denuncia. ma hai visto mai.

[se qualcuno conosce il giapponese e sa dirmi di che cosa parla la canzoncina in sottofondo, o *almeno* cosa vuol dire ddautta, riceverà in cambio la mia eterna gratitudine. non è granchè, lo so, ma è sempre meglio di un dito in un occhio, no?]