come se fossi un fiore
e tu la pioggia e cadessi per me
io sono una che ha sempre detestato l’ora di religione a scuola.
alle elementari il prete della mia parrocchia sostituiva la maestra, e in sostanza ci faceva catechismo. era una cosa di una noiosità indescrivibile. l’unica volta – in quinta elementare – che non è venuto lui ma un altro prete è andata anche peggio. il sostituto era un ciccione antipatico che voleva convincere me e i miei compagni del fatto che l’ignoranza fosse una virtù, e la cultura un peccato. peccato di presunzione, per l’esattezza. il tondo ometto, purtroppo per lui, non immaginava che si sarebbe trovato di fronte una classe che aveva da poco letto il gabbiano jonathan livingston. eravamo tutti *fan* della sete di conoscenza, anche quelli che non facevano mai i compiti. provammo ad avviare un dialogo costruttivo. dicemmo che secondo noi la cultura era il dono più bello che dio poteva fare agli uomini. ma quello ci lanciò un anatema pesante, una roba del tipo “brucerete tutti tra le fiamme dell’inferno”. così ci arrabbiammo. ci fu una specie di sommossa. quasi tutti ci mettemmo a strappare fogli dai quaderni, appallottolarli e gettarli addosso al prete – stizzito e allibito al tempo stesso. mentre volavano carta, insulti vari, inviti a tornarsene a casa e cori da stadio, rientrò la maestra. come punizione facemmo due settimane di ricreazione chiusi in classe. ma come dire. la soddisfazione di mettere in fuga un ciccione bigotto e spocchioso non ha prezzo.
il periodo delle medie fu ancora più triste. una delle lezioni più interessanti ebbe come argomento il tema “se nel mondo ci sono milioni di persone che muoiono di fame, perché il papa ha la piscina e va a sciare ed è sempre in giro per il mondo?”. di tutte le risposte più o meno convincenti che ci poteva dare, la prof scelse questa: “ragazzi ma lui la piscina se l’è costruita pensando non a se stesso, ma a tutti gli altri papi che verranno dopo di lui. e poi quello del papa è un lavoro duro, ogni tanto ha bisogno di un po’ di relax”.
quando arrivò il momento di iscrivermi al liceo implorai i miei di non farmi fare l’ora di religione.
per fortuna non mi ascoltarono, e me la fecero fare.
infatti.
il mio prof di religione del liceo è colui che mi ha iniziato al bel cinema – il cinema d’autore, diciamo.
una mattina di inizio ottobre si presenta in classe con un cofanetto sotto il braccio, e ci dice che dobbiamo vedere un film. entusiasmo generale. trasferimento nell’aula multimediale.
il film ha un titolo strano – decalogo uno – ed è di un regista polacco che ha un sacco di k e z nel nome.
i miei compagni sono stufi dopo due minuti, non è il genere di film che si aspettavano.
io invece mi lascio rapire. ed è amore.
divento un’assidua frequentatrice di cinema e cineclub e videoteche, compro centinaia di videocassette e di numeri di cineforum e segnocinema, registro il registrabile. amo le storie, amo la bellezza, amo l’immagine come linguaggio. sono abbastanza sicura di quel che voglio fare nella vita – cioè scrivere di cinema. e magari, se ci riesco, scrivere cinema. però conservando la passione, senza mai smettere di amare ciò che riesce a emozionarmi e a divertirmi e a farmi pensare.
col passare del tempo quella determinazione serena e un po’ infantile mi ha lasciata.
ci sono stati anni cupi; ci sono stati anni che ho lasciato scivolare via senza viverli, quasi.
ma sono qua.. e ho capito molte cose.
anche se continuo a farmi domande, e ci sono risposte che non so trovare, e altre che non mi piacciono per nulla.
e mi sento come quella scena del mio film preferito in cui weronika chiede al padre “che cosa voglio veramente?”.
oggi e negli ultimi anni, io sono quei colori, e gli occhi grandi di irene jacob, e il suo sorriso sfiorato dal pulviscolo che danza nel sole. non so mai se le scelte che faccio siano giuste, se saranno definitive, se le amerò domani come le amo adesso. forse ci penso troppo. e la leggerezza che cerco non riuscirò mai a trovarla se continuo ad analizzare ogni dettaglio, a strapparmi da sola dalla terra per guardare se le mie radici sono davvero sane. (la frase non è mia ma di ulrich beck, che l’ha scritta in questo bel libro. per gli interessati, qui il passaggio da cui è tratta).
dovrei smetterla di tormentare le mie radici, insomma.
e restituire loro tutta l’acqua di cui le ho private – un’infinita sete arretrata.
come se fossi un fiore e tu la pioggia e cadessi per me
[non me ne voglia paolo Benvegnù ma questa frase mi piace troppo per non decontestualizzarla]