non so dove sto andando, ma so che ci sto andando

una serata fitta di suoni colori sorrisi.

gioia negli occhi.

e colori, e ancora colori.

una luna luminosa che si specchia nell’arno.

e io che mi sento leggera, come brezza sul mare – non so dove mi porterà la vita, non so cosa succederà domani; ma so che cammino, e vado avanti – e mi sento avvolta da un senso di fiducia che dà senso, e scioglie ogni paura.

e poi la musica. la musica che ti resta dentro e continua a luccicare nel buio – manciata di stelle gettata nel silenzio della notte

[questo post non è un inno alla bandabardò. anzi ha davvero poco a che fare con loro. c’è molta e ancora molta musica che amo di più. questo post però ha parecchio a che fare con me. avevo bisogno di un concerto. e questo è il primo dopo tanto. il primo solamente mio. come per ogni cosa che sento intensamente, è difficile trasformare le emozioni in parole. quello che vivo ha il sapore vero e dolce e forte di un abbraccio. di un sorriso. di due occhi che brillano. è tutto così bello. e altro non so dire più di questo]
















scena uno. giovedì mattina, in ufficio con sara. entra una tipa con un look molto dark – capelli nerissimi trucco pesante abiti neri qualche borchia qua e là – e parecchi piercing. due sulle labbra. uno al naso. uno sotto la bocca. svariati sulle sopracciglia. viene a chiedere un aiuto economico. non riesce a trovare un lavoro. è sola. deve pagare l’affitto. è una barman ma dice di essere troppo anziana ormai (trentotto anni), che nei locali le preferiscono le ragazze giovani, più magre più fresche più disponibili. non frequenta l’ufficio di collocamento. non vuole lavori pesanti sennò le sente la schiena. non è disponibile a fare assistenza domiciliare agli anziani perché è schizzinosa. sara le dice di andare all’ufficio di collocamento, che noi per il lavoro possiamo fare ben poco; e di ripresentarsi dopo essersi fatta calcolare l’indicatore di situazione economica. la tipa se ne va, entra lucia e ci chiede chi fosse la dark. sara scuote la testa e dice “una che non ha voglia di fare un cazzo e viene qui a chiedere soldi. hai visto quanti piercing? figurati che tipo può essere. se aveva solo quello al naso vabè. ma hai visto com’era concia male?”.
scena due. stamani, in ufficio con lucia. colloquio con chiara, la responsabile di una casa-famiglia dove dal lunedì al venerdì viene ospitato un sedicenne brasiliano che ultimamente ha grossi problemi con la famiglia adottiva. pare che quando nel fine settimana è tornato a casa, abbia rubato dei soldi dal portafoglio della madre. pare che nella sua stanza alla casa-famiglia abbiano trovato dei mozziconi di sigaretta. chiara dice “non sono ancora canne, ma il passo è breve” e ci chiede di fare una visita alla casa-famiglia, per parlare con lui e capire cosa stia succedendo.
scena tre. oggi, pausa pranzo. sara è appena tornata da una visita domiciliare impegnativa a casa di una donna gravemente alcolizzata. è sposata. ha due figli. il più piccolo è nato in crisi di astinenza. da un circa anno sono affidati a una famiglia di un altro comune, in attesa di stabilire se dichiararli adottabili o meno. decisione che dipende dalla disponibilità a curarsi da parte della madre. una donna spenta, ridotta a uno scheletro dallo sguardo vuoto. una donna che è morta dentro chissà quanto tempo fa, scegliendo un suicidio lungo e lentissimo; e che in ogni gesto, giorno dopo giorno, ribadisce di non appartenere più a questo mondo, ma di essere altrove. qualche settimana fa ha accettato di essere seguita dal sert, iniziare un programma di disintossicazione. una mattina ha bevuto sull’antabuse e ha avuto un collasso a forza di vomitare; così, dopo tre giorni, ha mollato tutto. il marito non collabora minimamente. non vuole che si ricoveri. non vuole che si disintossichi. le dà i soldi per comprarsi da bere. dice che sua moglie sta benissimo, dice che dobbiamo ridargli i figli. e lei dice che è stufa di sentirsi dare dell’alcolizzata. dice che è stufa di sentirsi ripetere che deve mangiare. dice che tutto va bene, tutto va bene. basta che la lasciamo in pace.
sara è piena di rabbia – quella rabbia che nasce dalla coscienza della propria impotenza. decidiamo che aspetteremo non più di un paio di mesi; e poi chiederemo al tribunale per i minori di dichiarare adottabili i bimbi.
inutile perdere altro tempo; non cambierà niente.

questo lavoro è esattamente quello che voglio fare.
ma allo stesso tempo mi fa un pochino paura pensare che ogni valutazione, ogni decisione alla fine dipenderanno da me, e dal mio sistema di valori. io non riesco a giudicare una persona dalla quantità dei piercing. io non riesco ad allarmarmi se un ragazzino di sedici anni decide di fumarsi una canna. io non so se sarei capace di decidere che non ci sono più speranze di risolvere un problema. non c’è modo di sapere che effetti produrrà la tua scelta. si può solo aspettare; e sperare di avere avuto l’intuizione giusta.

update: nei commenti, appendice chiarificatrice del post. leggete, se ce la fate (è lungo, ma da me dovevate aspettarvelo, no?

i vecchi commenti su iobloggo (25)
















se mi rilasso non collasso
[e mi scusi la bandabardò]

al di là dei miei malesseri da affaticamento eccessivo & eccessivo accumulo di stress (evviva la psicosomatica!), ieri è stata una giornata bella e interessante.
faccio pratica di quello che sarà il mio lavoro e tutti mi fanno i complimenti per quanto sono in gamba. io me la rido sotto i baffi e penso che lo so di essere in gamba. di più: sono un potenziale genio, io. basta che mi rilassi e segua il mio istinto e pensi meno. uomo pecora docet (special thanks to murakami haruki).
vorrei lavorare tutta la vita nell’ufficio dove sto facendo tirocinio. adoro le mie *colleghe* – specialmente sara, con cui ieri ho scoperto condividere gran parte del mio percorso di vita. esperienze e paure e dolori e ansie per il futuro. e mi fa un gran bene specchiarmi in lei e nel suo sorriso, lasciarmi rassicurare.
non manca mai, anzi succede più volte al giorno, il dipendente comunale che viene a fare il marpione, e dice che l’ufficio servizi sociali è il paradiso, con tutte queste fanciulle belle e affascinanti, e porta in dono dolci e succhi di frutta e cappuccini e declama poesie assurde e azzarda inviti a cena.
in pausa pranzo poi viene fuori l’ennesima storia di amore&follia che mi sento raccontare negli ultimi tempi. stavolta è il caso di una tipa mollata due anni fa dal suo ragazzo. lei ci sta malissimo per mesi e mesi. poi si riprende. ma a questo punto lui torna alla carica e sostiene che in realtà loro due non si sono mai lasciati. segue serie infinita di telefonate, pedinamenti, scenate di gelosia, minacce di suicidio. lei non vorrebbe denunciarlo ma mi chiedo onestamente che alternative abbia – a parte chiamare i servizi sociali e segnalarlo come caso psichiatrico grave.
così, quasi inevitabilmente, si passa a parlare di uomini e amori complicati – altro tema ricorrente degli ultimi tempi – e in un bel clima di cameratismo al femminile finisce tutto in grasse risate, e le tristezze e le preoccupazioni si sciolgono, almeno per un po’.
poi ci sono i casi. soprattutto, le persone e le difficoltà e le miserie umane che stanno dietro a ogni fascicolo e alle pratiche e alle scartoffie amministrative. e questo è un’altra cosa.
















intervallo

in attesa del prossimo post di senso compiuto (oggi ho inalato troppa vernice e credo che i miei neuroni abbiano accusato il colpo, detto tra noi) vi informo che non sono ancora scaduti i termini della grande operazione <a target=”_blank” href=”http://avisiblesignofmyown.blogspot.com/2004/10/cinemauglydolls.html
” title=”qui tutte le foto degli ormai mitici pupazzi!”>regala una uglydoll alla titolare di questo blog. affrettatevi però! sono previsti ricchi premi e cotillons per il fortunato che per primo riuscirà a farmi avere la mia uglydoll preferita (è il caso di ricordarlo, si tratta di ox). è finalmente stata attivata anche l’operazione-corollario disegna la tua uglyele™! gli interessati possono far pervenire i propri lavori all’indirizzo email della titolare di questo blog.

[non si accettano fotografie della titolare del blog]
















.. with a red guitar, on fire..

fine settimana denso.
una punto grigio scura piena di ammaccature. un’amica adorabile. una frase-verdetto sentita troppe volte per non cominciare a dubitare che sia vera – e il solo pensiero mi frantuma il cuore. quattro visite domiciliari. una bambina bellissima e tante, troppe sigarette. ritorni e ancora partenze. un violento temporale e una me stessa completamente zuppa – da capo a piedi. guidare nel buio in mezzo alla pioggia battente – gocce scintillanti nella luce dei fari. gambe molli e testa pesante. e poi. tonnellate di sonno arretrato. trentotto di febbre.
e per chiudere in bellezza, chuck palahniuk che mi appare in sogno.
in mezzo, tre film e molti cd. cinema e musica a fare da colonna sonora ai miei pensieri degli ultimi giorni.
sintonia emozionale. U2 / wilco / mark lanegan / nick cave / isolation years / polly paulusma / ronin e poi la mala educaciòn / mambo italiano / aurora


mi sento piena di energia e di desiderio – passione, io la chiamo.
vorrei giornate infinite per riempirle di tutte le cose belle che vivo; ma il tempo passa veloce, e io non voglio perdere niente, e allora corro corro corro e salto qualche pasto e dormo poco.
e il sabato sera di una settimana tutta così, torno a casa con le guance in fiamme e gli occhi lucidi – ed è amore sì, è passione e desiderio per quello che faccio. ma è anche banale e fastidiosa febbre. e un bel pacco di stanchezza, anche. è finita che invece di uscire col macellaio bob e la poetessa esther per bere birra fino alle tre del mattino, ho ceduto all’irresistibile fascino del piumone.
e ho dormito quasi tredici ore filate.
verso la dodicesima ora (si fa per dire) mi è apparso in sogno chuck palahniuk.
non mi ricordo esattamente cosa mi abbia detto; però quando mi sono svegliata ho capito perché non riuscivo a trovare il modo di finire i miei racconti.
adesso ce l’ho.
e ho una voglia matta di scrivere lavorare uscire leggere ascoltare musica andare al cinema e così via.
basta che il prossimo fine settimana non mi torni la febbre.

















« cosa darei per sentire i sapori. anche solo il sapore della polvere. perché ora che non ci sono quasi più, sono più presente di quanto non lo sia mai stata. ora che sono solo aria, non desidero altro che respirarla. ora che sono per sempre muta, mi sono rimaste solo parole parole parole. ora che non posso allungare una mano e toccare le cose, non desidero altro che farlo »

esco dal cinema con ancora addosso l’aria densa e calda di teheran – seducente nelle mille emozioni che mi si muovono dentro – e mi ritrovo sotto un cielo grigio, la pioggia lieve che mi scivola sui vestiti e si intreccia ai miei capelli. mi sento qui e altrove – immersa in un’asincronia strana – ogni movimento attorno a me più lento e sfumato. cammino verso la stazione persa nei miei pensieri, e ad ogni passo mi stupisco di quanto sia bella la musica che gira nel mio lettore cd. jan garbarek. in praise of dreams. che posso dire: poesia senza parole, immagini da immaginare. meraviglioso. davvero. salgo sul treno alzo il volume gioco con le pagine di un libro – le guance contro il finestrino mentre iniziamo a muoverci. fuori il paesaggio umido si specchia nei miei occhi e brilla di nuova luce, nella luce del giorno che si scioglie nel crepuscolo. e mentre il mondo scorre oltre il mio sguardo – mentre il treno si allontana e si fa piccolo – mentre salgo le scale di casa – so di avere voglia. di. viaggiare. scoprire. vedere. conoscere. sentire. e spalancare gli occhi più che posso.

[il brano all'inizio del post è tratto da hotel world di ali smith (pag. 15)]
















uno

a casa mia c’è un grande giardino. e in fondo al giardino comincia l’orto. e in fondo all’orto c’ è una casetta di due stanze circondata di bambù. una delle stanze serve come ripostiglio di tutte le cose vecchie che io e i miei non abbiamo il coraggio di buttare via. soprattutto cose mie. io ho veramente dei grossi problemi a buttare le mie cose, anche se cadono a pezzi.
comunque.
oggi sono andata in fondo all’orto a farmi un giretto. dovevo mettere via dei fumetti. l’armadio dove li conservo ormai è quasi del tutto pieno; così mi sono messa a ispezionare altri mobili e cassettoni per vedere se c’era spazio libero. e mi sono imbattuta in un reperto archeologico.
il mio primo walkman.
a rivederlo mi è venuto da ridere.
me lo regalarono dei miei zii quando avevo otto o nove anni. e insieme allo walkman c’era anche una cassetta; una specie di raccolta di successi, boh. da qualche parte ce l’ho ancora.
mi ricordo che quella cassetta era orrenda, ascoltavo dieci secondi di ogni canzone e poi giù, ffwd a manetta. sempre così, a parte una canzoncina che mi piaceva; e che finì per essere la mia prima canzone, in sostanza.
la cantava una certa sandra, e si intitolava little girl o qualcosa del genere.
era l’ultima canzone del lato a, preceduta da un pezzo dei baltimora, una roba tipo jukebox boys. sfumavano una nell’altra – cosa che mi faceva arrabbiare ogni volta perché questi baltimora non mi piacevano, e pignolina come sono sempre stata mi irritava non poco dovermi sorbire il coretto finale.
così mi sono messa a pensare.
prima canzone ascoltata in walkman, little girl di sandra.
a seguire, cassette dello zecchino d’oro a volontà.
e il resto? primo film? primo concerto? primo libro? primo cd?

il primo film che ho visto al cinema è obbligatoriamente stato un film di walt disney. credo gli aristogatti. ho vaghi ricordi di racconti su un pomeriggio piovoso in montagna, con mia madre infortunata a letto in albergo (è un po’ ridicola come cosa, ma si era data una piccozzata sullo stinco e le era anche venuta la febbre) e mio padre ad assisterla. io andai al cinema con il mio amico paolo e i suoi genitori, che erano in vacanza con noi.
il primo film che ho voluto andare a vedere, invece, è stato la storia infinita. avevo letto il libro e mi era piaciuto un sacco; sulla versione cinematografica ebbi qualcosa da ridire. già allora non ero esattamente quel che si dice una fautrice dei *liberamente ispirato a*.
il primo concerto a cui sono stata portata è, con mio sommo dolore e ribrezzo, un concerto di gianni morandi. pieno di famiglie. in verità non fu un’esperienza così pessima; però avrei preferito qualcos’altro.
tipo il primo concerto a cui andai per mia scelta, pochi mesi dopo – un concerto di fabrizio de andrè. che voce meravigliosa.
sul primo cd che comprai preferirei calare un pietoso velo. in fondo poi ero alle medie. che potevo capire? niente. insomma. si trattava di un best of dei bee gees. non ho la minima idea di che fine abbia fatto; ma so di averlo ascoltato parecchio. non prendetemi in giro per questo. ero piccola..
individuare il primo libro che abbia mai avuto invece è impresa ardua. mia madre ha iniziato a comprarmene il giorno dopo che sono tornata a casa dall’ospedale, credo. ero una bambina sommersa dai libri. da toccare da guardare da sfogliare da farsi leggere. finì che a tre anni sapevo leggere da sola, e i primi mesi a scuola furono una vera e propria tortura – niente di più fastidioso di dover ascoltare i miei compagni che imparavano. mi ricordo benissimo quei libricini con un buco da cui spuntava un pezzetto di peluche, con titoli come “dove si è nascosto l’orsetto?” o simili. mi ricordo i grossi libri di richard scarry, con le parole in italiano inglese e francese. mi ricordo un libro dedicato al mare, alto alto e con la copertina rigida. il primo libro che mi sono scelta da sola è stato cion cion blu. e mi piacque da morire.

[uno è anche il titolo di un film norvegese che ho visto quest’anno a europacinema. l’attore protagonista, aksel hennie, che è anche il regista, è stato premiato come miglior interprete maschile del festival]
















sara ha due grandi occhi color acquamarina – lunghi capelli castani che le scendono oltre la vita – una spruzzata di lentiggini sul viso. fuma e si mangia le unghie e sorride spesso.
sembra una bambina – un po’ come me, tutto sommato. per lo sguardo e il modo di fare. per la passione ingenua che traspare da certi suoi gesti senza che neanche se ne renda conto – una specie di alone che si allarga lento – come quando dipingi un disegno ad acquerello e ti scivola sul foglio una goccia d’acqua di troppo e il colore sfuma lieve oltre i contorni della figura.

si arrabbia parlando al telefono e le si infiammano le guance e si tormenta le unghie e mi guarda scuotendo piano la testa – un po’ sconcertata, un po’ disgustata, un po’ arrabbiata.
è lei che affiancherò per il tirocinio.
duecentocinquanta ore.
la prima metà in comune. la seconda metà ancora non so. spero in un centro per la salute mentale.
sono solo due giorni che sono qui. e forse è ancora presto per dirlo. ma fin dal primo minuto ho capito che questo è quello che voglio fare. quello che ho sempre voluto fare nella vita. ed è una bella sensazione da vivere.
io sono una persona che trabocca di sogni e ideali e voglia di cambiare le cose in meglio. ottimista e appassionata e generosa. cocciuta e ostinata fino al punto di sbattere la testa contro il muro infinite e infinite volte. fiduciosa, piena di voglia di mettermi in gioco. entusiasta di tutto come una bambina.
e sono anche realista e disincantata. so che a volte non c’è niente di più difficile che smetterla di sbagliare. so che ci sono situazioni in cui il risultato migliore è un compromesso – il male minore. so che il mondo non si cambia, e non si cambiano le persone – e che le persone ti deludono, e deludono se stesse. so che il mio lavoro mi darà poche soddisfazioni; so che ci starò male e mi sentirò impotente e inutile; so che mi chiederò spesso chi me l’ha fatto fare.
ma so che questa è la mia strada.. perché non c’è niente che assomigli così tanto alla persona che sono.

boh.
volevo dire un sacco di cose ma non mi riesce aggiungere altro.
però se potessi vorrei farvi provare come ci si sente ad essere me questa sera.
fidatevi. sarebbe un bel regalo.
















rossopassione

mi piace davvero molto devendra banhart (qui una monografia in italiano).
mi piace la sua musica – strana e affascinante, inquietante e viva, triste e gioiosa.
oggi pomeriggio. in un alternarsi di sole e di pioggia e di tuoni e di vento. metto ordine in camera mia tenendo lo stereo a volume molto alto.
ho in testa il colore rosso.
ascolto nino rojo, lascio che i miei pensieri corrano liberi.
e immagino come dev’essere seguire strade color della passione.

[qui volevo linkare il testo di the good red road ma non l'ho trovato]

la mia gatta insofferente protesta in miagolii lancinanti e scocciati, ma io la ignoro anche se insiste e mi guarda bellicosa – pupille dilatate e orecchie tese all’indietro.
streghetta come ogni gatta che si rispetti, si vendica della mia mancanza di attenzione rovesciando una scatola di cartone appoggiata sul mio letto. una scatola piena delle stelle rosse che ho fatto lo scorso inverno per decorare l’albero di natale.
le spalma sul pavimento e ci si butta sopra e le mordicchia.
così mi avvicino e gliele tolgo di bocca e le faccio qualche carezza e lei si mette a fare le fusa soddisfatta.
una scena così:

e non c’è niente da dire.
se non che il rosso è un colore che adoro.
















.. and i’m not sure we can make it stay
sun’s going down and its the end of the day..

[josh ritter - me & jiggs]

si può perdere l’innocenza restando tuttavia innocenti nel cuore e nello sguardo?
me lo chiedo, e non so cosa rispondermi.
so che i miei occhi colpiscono le persone.
occhi grandi. occhi luminosi. occhi spalancati sul mondo. occhi con la gioia dentro. occhi pieni di meraviglia e assetati di bellezza. occhi scintillanti.
eppure io sento. che qualcosa si è rotto in me.
forse è solo l’ennesima metamorfosi che mi impone di trovare significati nuovi e nuovi gesti, e altre prospettive da cui guardare il mondo. resta il fatto che ci sono emozioni a cui mi sembra di non credere più. perchè forse sono solo trappole, alla fine. e in questo mi sento un po’ come la julie di kieslowski. ho perso la fiducia. e so che riesco a sentirmi serena solo moltiplicando le distanze tra me e gli altri – tra me e i miei sentimenti. oggi sono un po’ più cinica un po’ più dura un po’ più fredda.
















come se fossi un fiore
e tu la pioggia e cadessi per me

io sono una che ha sempre detestato l’ora di religione a scuola.
alle elementari il prete della mia parrocchia sostituiva la maestra, e in sostanza ci faceva catechismo. era una cosa di una noiosità indescrivibile. l’unica volta – in quinta elementare – che non è venuto lui ma un altro prete è andata anche peggio. il sostituto era un ciccione antipatico che voleva convincere me e i miei compagni del fatto che l’ignoranza fosse una virtù, e la cultura un peccato. peccato di presunzione, per l’esattezza. il tondo ometto, purtroppo per lui, non immaginava che si sarebbe trovato di fronte una classe che aveva da poco letto il gabbiano jonathan livingston. eravamo tutti *fan* della sete di conoscenza, anche quelli che non facevano mai i compiti. provammo ad avviare un dialogo costruttivo. dicemmo che secondo noi la cultura era il dono più bello che dio poteva fare agli uomini. ma quello ci lanciò un anatema pesante, una roba del tipo “brucerete tutti tra le fiamme dell’inferno”. così ci arrabbiammo. ci fu una specie di sommossa. quasi tutti ci mettemmo a strappare fogli dai quaderni, appallottolarli e gettarli addosso al prete – stizzito e allibito al tempo stesso. mentre volavano carta, insulti vari, inviti a tornarsene a casa e cori da stadio, rientrò la maestra. come punizione facemmo due settimane di ricreazione chiusi in classe. ma come dire. la soddisfazione di mettere in fuga un ciccione bigotto e spocchioso non ha prezzo.
il periodo delle medie fu ancora più triste. una delle lezioni più interessanti ebbe come argomento il tema “se nel mondo ci sono milioni di persone che muoiono di fame, perché il papa ha la piscina e va a sciare ed è sempre in giro per il mondo?”. di tutte le risposte più o meno convincenti che ci poteva dare, la prof scelse questa: “ragazzi ma lui la piscina se l’è costruita pensando non a se stesso, ma a tutti gli altri papi che verranno dopo di lui. e poi quello del papa è un lavoro duro, ogni tanto ha bisogno di un po’ di relax”.
quando arrivò il momento di iscrivermi al liceo implorai i miei di non farmi fare l’ora di religione.
per fortuna non mi ascoltarono, e me la fecero fare.
infatti.
il mio prof di religione del liceo è colui che mi ha iniziato al bel cinema – il cinema d’autore, diciamo.
una mattina di inizio ottobre si presenta in classe con un cofanetto sotto il braccio, e ci dice che dobbiamo vedere un film. entusiasmo generale. trasferimento nell’aula multimediale.
il film ha un titolo strano – decalogo uno – ed è di un regista polacco che ha un sacco di k e z nel nome.
i miei compagni sono stufi dopo due minuti, non è il genere di film che si aspettavano.
io invece mi lascio rapire. ed è amore.

divento un’assidua frequentatrice di cinema e cineclub e videoteche, compro centinaia di videocassette e di numeri di cineforum e segnocinema, registro il registrabile. amo le storie, amo la bellezza, amo l’immagine come linguaggio. sono abbastanza sicura di quel che voglio fare nella vita – cioè scrivere di cinema. e magari, se ci riesco, scrivere cinema. però conservando la passione, senza mai smettere di amare ciò che riesce a emozionarmi e a divertirmi e a farmi pensare.
col passare del tempo quella determinazione serena e un po’ infantile mi ha lasciata.
ci sono stati anni cupi; ci sono stati anni che ho lasciato scivolare via senza viverli, quasi.
ma sono qua.. e ho capito molte cose.
anche se continuo a farmi domande, e ci sono risposte che non so trovare, e altre che non mi piacciono per nulla.

e mi sento come quella scena del mio film preferito in cui weronika chiede al padre “che cosa voglio veramente?”.

oggi e negli ultimi anni, io sono quei colori, e gli occhi grandi di irene jacob, e il suo sorriso sfiorato dal pulviscolo che danza nel sole. non so mai se le scelte che faccio siano giuste, se saranno definitive, se le amerò domani come le amo adesso. forse ci penso troppo. e la leggerezza che cerco non riuscirò mai a trovarla se continuo ad analizzare ogni dettaglio, a strapparmi da sola dalla terra per guardare se le mie radici sono davvero sane. (la frase non è mia ma di ulrich beck, che l’ha scritta in questo bel libro. per gli interessati, qui il passaggio da cui è tratta).

dovrei smetterla di tormentare le mie radici, insomma.
e restituire loro tutta l’acqua di cui le ho private – un’infinita sete arretrata.
come se fossi un fiore e tu la pioggia e cadessi per me
[non me ne voglia paolo Benvegnù ma questa frase mi piace troppo per non decontestualizzarla]
















.. no, il dibattito no!

dopo aver visto te lo leggo negli occhi di valia santella capisco perché nanni moretti se ne vada in giro di città in città a promuoverlo. ha una bella fotografia; ma è un film appena carino che scorre via anonimo e stanco, senza passione. ci sono solo due cose veramente belle. almeno per me. le libellule luminose della stanza di lucia; e il vestito da farfalla, sempre di lucia. le libellule-lucine non le vorrei in camera mia; ma l’idea del vestito da farfalla come costume di carnevale mi si è appiccicata addosso come chewing-gum nei capelli. ah quelle meravigliose ali di seta variopinta. ah quelle tunichette di tulle nelle tonalità del viola e del salmone. come dire. sarà dura che rinunci.

comunque, tornando al film mi viene da dire che lascia proprio poco.
e la sandrelli è veramente antipatica.
punto.

la serata però mi dà la possibilità di rivedere the last customer e il giorno della prima di close-up.
di stralocchiare di tanto in tanto un tipo parecchio carino seduto qualche fila dietro di me.
e di godermi il dibattito, che ha regalato alcune perle.

uscendo guardo moretti e non so che fare. gli stringo la mano? gli dico che lo adoro? gli confesso che ho una sua foto nell’armadio e un poster in camera? mi genufletto come a suo tempo volevo fare con wenders? mi sembra tutto ridicolo, e io ho un senso del ridicolo estremamente sviluppato. sono superiore a certe cose, io.
alla fine mi faccio autografare i biglietti – da lui e anche dalla regista del film. giusto per ricordo.
nanni firma usando come appoggio il libro che ho iniziato a leggere ieri. mi chiede com’è e perché l’ho scelto e quando è uscito e chi è lo scrittore [scrittrice!] e dice che non capisce perché facciano queste copertine orrende e che lui non sa se un libro con una copertina così brutta lo comprerebbe mai e che però insomma per la minimum fax si può anche fare un’eccezione e poi, ma quand’è che è uscito?, no perché io non l’avevo mai sentito fino adesso..
quando mi riprendo dll’inebetimento e la cosa comincia a farsi divertente, arriva una tipa che deve essere caduta in una pozza di profumo. sorrisone, chiede a moretti “ti posso abbracciare?”.
ecco.
questi sono i momenti in cui mi sento pienamente consapevole della mia superiorità.

sempre per la serie “che felicità”.
circa dieci minuti fa un corriere espresso ha finalmente consegnato nelle mie emozionate manine il dvd del mio telefilm preferito di tutti i tempi, northern exposure. lo guardo e lo riguardo con un sorrisetto un po’ ebete. che bello! finalmente ce l’ho!
alla fine visto che era introvabile l’ho ordinato su dvd.it – naturalmente non prima di aver fatto la mia immancabile figura barbina in un negozio.
spero che non si fermeranno alla prima stagione. sarebbe un dolore difficile da superare.

so che mi volete bene. quindi. ordinate anche voi il dvd. incrementate le vendite.
fatelo per me.
(in alternativa la titolare del blog accetta in dono un ugly doll a piacere)

se vi interessa, qui c’è una bella recensione di sogno di una notte di mezzo inverno, in italiano. dove si dice anche che il prossimo progetto di paskaljevic sarà la trasposizione cinematografica di ti prendo e ti porto via di niccolò ammaniti. che ne verrà fuori?
















ci sono giornate capaci di racchiudere in poche ore una quantità incredibile di pensieri esperienze sentimenti emozioni. tutti così diversi tra loro; o molto simili, ma di segno opposto.
ieri è stata una giornata così.
una giornata da amare.
per molti motivi e in molti modi – difficili da tradurre in parole.
solo due piccoli appunti.

uno.
a europacinema goran paskaljevic presenta il suo ultimo film – sogno di una notte di mezzo inverno – dicendo che preferisce raccontare storie dure, senza happy ending, ma che lascino una traccia.
e una traccia la lasciano eccome, le sue storie.
penso che questo sia davvero un film da vedere.
scarno ma intenso, con alcune scene di una bellezza struggente – come l’ultima sequenza, immersi tra decine e decine di alberi di ciliegio in fiore.
è un film duro in effetti; ed è un film profondamente triste. che davvero ti entra dentro, e ti tocca e ti muove, e ti fa pensare.
un film sulla guerra, anche – su come rimane addosso alle persone che l’hanno vissuta, relegandole in un perenne inverno – orsi in letargo in attesa della primavera. e che quando credono di averla finalmente trovata – come lazar, il protagonista del film – subito la vedono scivolare via.
e non esiste futuro, senza speranza.
io non sono poi molto brava a scrivere – sicuramente non abbastanza per dire tutto ciò che vorrei, e che sento.
ad ogni modo, qui e qui trovate due recensioni del film, in inglese.

ripensandoci oggi, mi è dispiaciuto uscire dal cinema – dopo la premiazione dei cinque vincitori del festival – senza fermarmi un attimo a stringere la mano a paskaljevic, e dirgli che il suo film è veramente bello. mica per altro. perchè è quello che avevo nel cuore.

due.
tra l’una e mezza e le due di notte, io e il mio compare di cinema camminiamo in passeggiata, impegnati in una gara a chi dice più stupidaggini. lui con l’aiuto di due birre, io al naturale (che naturalmente non significa sobria). passando davanti a uno dei tanti negozi di massimo rebecchi, con la coda dell’occhio intravedo da lontano degli oggetti meravigliosi. dei pupazzi di una bruttezza commovente, che adoro dal primo istante. si chiamano ugly dolls, e devono *assolutamente* diventare il must di questo inverno.
il mio preferito è ox, ma anche icebat è caruccio.
questo è il *loro* sito, dove tra amenità varie trovate anche delle brevi presentazioni della *personalità* di ogni pupazzo.
il natale si avvicina. non sentitevi in imbarazzo se vi viene voglia di regalarmi un uglydoll. renderete felice una bambin.. ehm, una ragazza.