and i built this balustrade
to keep me safe from the outside world
in uno dei miei tanti viaggi in treno per milano di qualche mese fa mi capitò di leggere la ragazza dai capelli strani di david foster wallace.
all’inizio mi irritava. un po’ perché i racconti finivano di punto in bianco, senza preavviso – come vittime impotenti d’un colpo d’accetta sferrato a caso. un po’ perché zadie smith nella prefazione scriveva una cosa come “l’opera di wallace riesce a ricondurmi a me stessa: alla mia vera vita vissuta, alle mie esperienze affettive autentiche, alle mie grandi paure, e al mio singolare destino”. e cavoli no, a me non stava succedendo niente del genere. non mi dicevano proprio nulla, wallace e le sue storie.
frustrante; e irritante, appunto.
non lasciai perdere solo perché se c’è una cosa che detesto più di un libro che non mi piace è smettere di leggere un libro perché non mi piace.
così, arrivata a pagina duecentoventuno mi imbattei nella frase "credo che mi faccia paura assolutamente tutto ciò che esiste"; e dall’istante in cui l’ho letta amo visceralmente david foster wallace. che è riuscito a sbattermi in faccia il senso di quasi tutti i miei nodi irrisolti con solo dieci parole – una frase come una finestra aperta su me stessa, sulla me stessa che sono stata per tanto tempo.
a volte penso con nostalgia agli anni che ho lasciato passare senza viverli davvero; e continuo a sentirmi irrimediabilmente diversa, irrimediabilmente altro rispetto a tutte le persone che frequento, e a cui voglio bene.
chi sa che nome avesse la mia ossessionescacciapaura finisce spesso per considerarmi un oggetto da maneggiare con cura – io complicata e fragile e tormentata.
il piccolo fiore delicato di un paio di post fa, insomma.
non so se questa diversità esista davvero, di per sè; o solo negli occhi delle persone. e soprattutto, non so dire negli occhi di chi stia; se in quelli degli altri, o piuttosto nei miei.
questi i pensieri che ho in testa da quando venerdì mattina nell’atrio dell’ospedale versilia ho visto i manifesti di una campagna contro la discriminazione di chi soffre di disturbi psicologici.
queste cose non smetteranno mai di toccarmi, credo. lasciandomi addosso la sensazione di far parte di una categoria a parte di persone. anche adesso che certa soffrerenza sembra così lontana da me, ormai.
ma vabè.
restando in tema di sensibilizzazione dell’opinione pubblica, quanto può essere buffo thom yorke che gocciola cioccolato? le sue ed altre foto qui, nell’ambito della campagna make trade fair a sostegno del commercio equo e solidale.
e restando in tema di foto, grazie alla segnalazione di questo sito sul blog di lonox mi sono imbattuta in questa foto di terje nordgarden.
la guardo. e penso che il mio progetto di innamorarmi di un norvegese, sposarlo e andare a vivere in norvegia forse ha bisogno di essere ridefinito; prima di tutto, scartiamo terje nordgarden dalla lista dei papabili. e poi, perché limitarsi alla sola norvegia? va bene anche la svezia, no? è pure lei una grande socialdemocrazia scandinava, no? e allora, prendiamo uno svedese a caso, cerchiamo di andare a un suo concerto entro i prossimi tre mesi (aprile? bologna?), e vediamo cosa succede. tra parentesi questa foto è l’unica, tra le tante reperibili sul web, in cui jens lekman risulti di mio gusto. e gran parte del merito va alla combinazione sguardo torvo+cerotto in fronte.
insomma, anche stavolta le cose non promettono bene. l’uomo della mia vita, quello che dovrebbe farmi impazzire, e sciogliere il mix di *sarcasmo&inibizioni* che caratterizza la sottoscritta – scioglierlo come un panetto di burro in una teglia quando in forno ci sono 200° – ecco, quell’uomo lì per il momento non ho proprio idea di che faccia abbia.
speriamo di conoscerlo prima della menopausa, se non altro.
