.. and when we realize that, we shine ‘till tomorrow
succede che in un angolo della dispensa scovi una bottiglia di birra harp, comprata per qualcuno e dimenticata da chissà quanto. resti interdetta per un attimo. poi la prendi. e la porti via da lì.
succede che l’assistente figo è veramente figo; e che oltre a lui ci sarà un altro assistente ancora a occuparsi di me – questo qua non è figo, ma affascinante sì.
succede che l’assistente figo e l’assistente affascinante danno un’occhiata al lavoro che ho fatto finora, ne parlano con me per definire meglio la forma da dargli; e viene fuori che ho scelto di trattare un argomento nuovo e decisamente interessante, mi fanno i complimenti anche.
succede che esco dallo studio con le guance infiammate e gli occhi che brillano. sono contenta della piega creativa che sta prendendo la mia tesi; mi mette voglia di lavorarci anche la sera dopo cena
succede che poi torno a casa, e trovo la stessa aria irrespirabile che nemmeno so più da quanto, ormai. spigoli e tensioni che sì, ho imparato a muovermici in mezzo; ma a volte è faticoso, troppo faticoso.
così.
succede che infili la harp nella tracolla.
e succede che ti rituffi nella primavera, là fuori – la tua bici come sciami d’api.



cammino immersa nell’oro, sul legno vecchio e secco del pontile che scricchiola ad ogni mio passo. l’acqua della palude scintilla nel sole, si arriccia appena in piccole onde pigre. e io, seduta a gambe incrociate, ascolto il silenzio, ascolto il suono dei canneti nel vento. sorseggio la harp, ed ha il sapore dei ricordi – luoghi persone sguardi parole profumi – un altro tempo e un’altra me, forse. e so – still i don’t regret one thing – che non voglio essere nient’altro che quello che sono, che non voglio una vita diversa da quella che ho. insomma, uno di quei momenti così speciali che resteranno sempre in te – nitidi nella memoria come le scene di un film che ami alla follia.
[chi fosse interessato a leggersi tutto il testo della canzone degli isolation years può andare qui. chi avesse voglia di passeggiare immerso nell'oro può fare un giretto qui]
un campo di trifogli sotto il cielo azzurro, e nel cielo il sole che brilla così tanto da far male agli occhi, se provi a guardarlo.
e poi il vento, un vento forte di quelli che mentre ti soffiano addosso ti sembra quasi di respirare più a fondo, di vedere le cose più lucide e nette intorno a te.
il campo di trifogli nel vento si muove sinuoso, come un piccolo mare color verde smeraldo che profuma d’erba.
e sotto il cielo azzurro intenso, sotto il sole che spacca. in mezzo al campo di trifogli che ondeggiano nel vento. c’è una bambina bionda che sorride. ha sette anni e un pulcino sul palmo della mano – altri cinque che le pascolano attorno ai piedi.
le piace sentire il vento in faccia e nei polmoni.
le piace l’odore che hanno i prati.
le piace come tutto ciò che la circonda sia splendente e limpido.
le piace questa sensazione di essere come immersa nell’immensità, e forse è la prima volta che la prova; o almeno, se anche le è già successo non se lo ricorda mica – che poi è come non averla vissuta affatto un’emozione, se non te la ricordi.
le piace poter stare in mezzo a un campo di trifogli – lei e sei pulcini – in una giornata di vento e sole e cielo azzurro; potersi godere la bellezza senza che nessuno trovi strano o sciocco che spenda il suo tempo in quel modo lì.
così questa bambina bionda di sette anni decide una cosa. e giura a se stessa. che lei non crescerà mai. e che tutto quello che vuol fare da grande è continuare a essere la bambina che sorride e guarda il mondo con gli occhi zeppi di meraviglia.
uno dei miei ricordi più nitidi di sempre. ed è anche un bel ricordo, eh. ma a volte mi chiedo se per caso non ci sia qualcosa di sbagliato nel continuare a sentirsi una diciassettenne. io, l’idealista ingenua sempre persa tra le nuvole e la poesia. e questo blog, i concerti, il cinema, le magliette sceme, le telefonate di tre ore, le spillette regalate dai cantanti, i sei libri di narrativa al mese, e i viaggi in treno e le gite al covo.
tra me e quella bambina bionda ci sono una ventina d’anni, ormai.
ma io non sono mica ancora pronta a diventare grande.
when tears are pretzels pouring down
each time the swetness is returning

[in effetti avrei potuto scrivere molte cose. in effetti. avrei potuto parlare del concerto di sondre lerche – non un attimo di distrazione o di noia, solo l’incanto della sua voce – un’ora e passa a guardarlo ed ascoltarlo a bocca aperta, perché sì, è davvero impressionante ecco. (però non è schifosamente bello, no dai). avrei potuto parlare dei pecksniff, che ma quanto sono fantastici? avrei potuto parlare dello showcase leggermente imbarazzante degli audiorama, e di una loro canzone che potrebbe anche diventare il mio tormentone-trash dell’anno, "il rock and roll ti manda in gol" – per la serie, un titolo una garanzia. avrei potuto parlare di come sabato sera ho scoperto che i dead meadow non sono mica niente male, mi piacciono i suoni che producono, anche se ecco, io non sono psichedelica abbastanza, e insomma le loro canzoni sono lunghe un paio di minuti di troppo. e avrei anche potuto parlare della bella esibizione dei trail of dead – veramente ma veramente bravi – e decisamente non è il mio genere. tutto questo solo per fare un esempio delle cose che avrei potuto scrivere. perchè poi ce ne sarebbero molte di più. quello che mi preme dire però. è che di questi quattro giorni avevo davvero bisogno. i sorrisi la leggerezza e il respirare di nuovo a fondo. grazie]
chapeau
stamattina, dopo parecchio tempo che non ci mettevo piede, torno in comune.
devo consegnare una relazione su un caso di sospetti abusi su un minore.
entro nell’ufficio di lucia, e non c’è nessuno.
entro nell’ufficio di sara, e non c’è nessuno.
strano.
mi viene in mente che forse sono andate tutte e due in amministrazione – magari hanno ordinato qualcosa al bar, e stanno cazzeggiando di là. così vado a dare un’occhiata. apro la porta, e mi trovo davanti tutto il personale dell’ufficio servizi sociali impegnato in una discussione su quanto gli uomini siano bastardi e immaturi.
lì per lì penso a un modo alternativo e molto veterofemminista di festeggiare l’otto marzo; poi vengo informata dell’accaduto: lucia è stata mollata.
fin qui niente di strano; capita.
quello che è davvero innovativo è il modo.
ci sono molti modi per mollare qualcuno. si può farlo per telefono. per email. su messenger o icq. una mia amica è stata mollata per sms, anche.
ma a lucia va senz’altro il record di originalità.
il suo ragazzo l’ha mollata via fax.
un testo di poche righe, una roba tipo ho capito che non siamo fatti per stare insieme, non riuscirei a dirti a voce queste cose perchè non sopporto di sentirti piangere, adesso stiamo soffrendo entrambi ma so che presto anche tu capirai che era la cosa migliore da fare. fine.
ora io mi chiedo. ma può esistere un modo più nuovo di questo per scaricare una persona?
[e, prima di partire - mi aspetta sondre lerche, stasera - un piccolo regalo musicale. grazie a bob, ecco un link da cui scaricare un pezzo di zbigniew preisner, autore delle colonne sonore di quasi tutti i film di kieslowski. questo pezzo in particolare fa da sfondo musicale ad uno dei momenti più intensi del mio film preferito, la doppia vita di veronica: la sequenza dello spettacolo di marionette, con la ballerina che diventa farfalla. per chi sa suonare il pianoforte, ecco qui una lo spartito. e infine, meravigliosa notizia: adesso di questo splendido film esiste anche il dvd]
ho mille strade da percorrere – non una sola via di fuga
ecco, io non ho mica la più pallida idea di cosa fare. e più ci penso, meno lo so. insomma, la faccenda dell’entropia, del disordine che cresce – e mentre il disordine cresce il tempo continua a scorrere.
quella roba lì.
devo decidere. se partire. o restare.
il fatto è che decidere non è mica il mio forte.
che poi, per dire, è un po’ come quell’estate a santa cesarea
uno scoglio a picco su un mare meraviglioso – il tuo ragazzo e i tuoi amici e un sacco di altra gente che si tuffa – e tu lì in piedi con un’espressione smarrita in faccia – tu e un tale valerio di roma a guardare gli altri saltare giù da quei dodici metri, e a struggervi dalla voglia di fare altrettanto – se solo non ve la faceste letteralmente sotto. l’istante in cui i corpi si staccano dalla roccia e si librano in aria ha questa bellezza così perfetta e limpida da darti una fitta allo stomaco, quasi. e mentre valerio ti racconta la sua disastrosa vita sentimentale – a te, improvvisamente complice solo perché hai addosso la sua stessa, identica paura di saltare – smetti di pensare, e fai un passo e poi due e poi tre e respiri a fondo e trattieni il fiato e stringi gli occhi e ti chiudi il naso con le dita e salti – e in un attimo è uno schiaffo – mille bolle d’ossigeno ti solleticano la pelle mentre scivoli giù, nell’abbraccio del mare che ti avvolge e attira a sè, dentro sè, per poi spingerti in alto, gli stessi identici gesti ma in senso inverso. riemergi che le orecchie ti fanno un male boia e il pezzo di sopra del bikini si è slacciato nell’impatto con l’acqua; e mentre da brava fanciulla pudica lo riannodi e lo sistemi, pensi che l’unico modo per fare una cosa a volte è non pensarci, non pensare alle conseguenze e alle controindicazioni
oggi come allora, il segreto sta nell’arte dell’apnea
immergersi nella vita trattenendo i pensieri
perché pensare, a volte, non è altro che una scusa per non scegliere.
per dirla ancora coi perturbazione, ci si illude di stare andando lontano restando..