and of course henry the horse dances the waltz!

avevo poco più di tredici anni quando ascoltai questa canzone per la prima volta.
non è la mia canzone preferita;
non è la mia canzone preferita dei beatles.
ma grazie ad essa – e alla contemporanea lettura di questo libro – scoprii l’esistenza di uno strumento meraviglioso: il mellotron.
cioè. meraviglioso se non altro nella mia immaginazione ragazzina.
nella realtà lo è un po’ meno.
ma io, allora, me lo figuravo come una grossa conchiglia levigata, dove i suoni si infilavano e venivano triturati e sminuzzati, e mischiati e ricomposti in forme nuove e strane – una specie di caleidoscopio sinestesico capace di sputarti addosso una musica buffa – che era musica, sì, ma anche una giostra illuminata nella notte il profumo dello zucchero filato il sapore dei marshmallows.
poi ho scoperto che non era esattamente così; che c’era molta meno poesia.
e che oggi il mellotron lo usano tutti, in qualsiasi canzone – nessun incrocio di caleidoscopi e conchiglie.
ma nella mia testa il mellotron rimane un oggetto fatato, capace di trasformare i suoni in colori e dipingere mondi paesaggi emozioni.
non so perchè mi sia venuta voglia di scrivere queste cose.
forse solo perchè a un certo punto della giornata being for the benefit of mister kite! mi è entrata in testa. niente di che, ecco.

e, per l’ennesimo week end, da queste parti si sale su un treno per andare ad ascoltare della musica viva. lasciarla poggiare sulle pelle e assorbirla e scoprire che, dentro te, ha disegnato nuovi sorrisi e paesaggi nuovi.

[se domani sera al concerto di adam green
o domenica sera, al concerto di daniel johnston
avvistate una ragazza bionda che litiga coi propri capelli, le all star ai piedi e un paio di spillette sui calzini - sto cercando di lanciare una nuova moda, ehm -
ecco, probabilmente quella sono io.
un saluto è d'obbligo.
se poi volete offrirmi anche una birra e/o un vodka lemon, è anche meglio]
















mentre mi sto svogliatamente lavando i denti – svogliatamente, sì. perchè quale persona su questa terra si lava i denti con passione? – la frase
e come tutte le più belle cose vivesti solo un giorno, come le rose
sfreccia inaspettata nella mia testa facendosi strada tra un pensiero e l’altro – e ruba loro la scena, luminosa e rapida come una stella cadente.
così mi ritrovo davanti allo specchio con lo spazzolino in bocca e un’espressione poco convinta negli occhi.
perchè insomma.
a parte il fatto che fabrizio de andrè aveva una voce che ogni volta che la sento resto interdetta per tre secondi e poi penso qualcosa come ecco, l’uomo della mia vita deve avere una voce all’incirca così
a parte il fatto che chi l’ha detto che le rose vivono solo un giorno? e poi basta con questa storia delle rose che sono il più bello dei fiori – per esempio, mille volte meglio i tulipani secondo me. non so, magari era solo questione di trovare un fiore che facesse rima con cose, e vabeh. ma non ci sono solo le rose, no? no? no?
a parte questo, dico
ma dove accidenti sta scritto che le cose belle non possono durare a lungo?
neanche fossero un maglione che a forza di portarlo e restarci impigliati qua e là e sporcarlo e lavarlo e stirarlo – sequenza ripetuta una due tre quattro cinque sei eccetera volte – si infeltrisce e si ritira e non fa più caldo ed è pieno di buchetti e fili tirati; e insomma a un certo punto non puoi proprio fare a meno di buttarlo.

voglio dire.

da qualche parte devono esistere per forza cose belle che restano morbide e della misura giusta, che non si lasciano consumare dal tempo, e puoi tranquillamente continuare a portarle con te – sentimenti emozioni persone – per sempre.
ecco, vorrei solo capire dove.

[no, è che mi ero stufata del post della staffetta]
















staaaffettaaaa!

volume totale dei file musicali:
cinquantaduevirgolatrè giga
seguendo l’esempio del mio pusher di mp3 confesso che su soulseek condivido appena milleduecentotrentotto file per un totale di cinquevirgolaottantadue giga, ehm.
mica lo so perchè

l’ultimo cd che ho comprato:
maximo park – a certain trigger (plus live in tokio cd)

canzone che sta suonando ora:
sambassadeur – between the lines

cinque canzoni che ultimamente ascolto spesso, o che significano molto per me (ordine casuale):
jens lekman – you are the light
la canzone che mi sveglia al mattino suonandomi insistentemente in testa – che apro gli occhi e vedo la mia micia ancora addormentata vicino a me e il sole che filtra dalle persiane, o la pioggia che cade pigra e ticchetta sul tetto – e allora mi sento tutta un sorriso e non posso fare a meno di alzarmi saltellando, squillante e limpida come una frase di tromba (sì, lo so: ehm)
radio dept. – where damage isn’t already done
giorni spesi a guardare la neve che cade dai pioppi – a chiederti perchè non riesci a buttar via uno spazzolino che qualcuno ha lasciato a casa tua, perchè non ci riesci e perchè non vuoi, ancora adesso dopo mesi – a rigirarti tra le mani una lettera lunghissima che non ce la fai proprio a rileggere oltre la terza riga – a farti domande come *chissà come sarebbe andata se* – nostalgia lieve e dolce che ti scivola addosso come una carezza
adam green – friends of mine
in onore al mese di maggio che (finora) mi ha condannata a tempeste emotive non indifferenti – vedi sopra, ma anche altro – e che mi sorprende spesso con la testa via, intenta a chiedermi quanto mi devo fidare della mia personale e ingenua convinzione che l’amore debba essere per forza un misto di magia&poesia&trasparenza
yuppie flu – our nature
energia energia energia – voglia di ballare – voglia di sole che luccica forte sul mare e ti scalda la pelle – voglia di continuare a sentirti leggera e serena come da due mesi a questa parte, ormai
………… – …………
qui sopra dovrebbero esserci un nome e un titolo. invece c’è solo il vuoto. da circa una settimana sto cercando di ricordare entrambi (cioè, il nome e il titolo) ma pare che sia vittima di una forma fulminante di neuronite degenerativa. l’unica cosa che so dire è che questa canzone non manca mai nei dj set di enzo, arturo daniele e ferruccio al covo. e che enzo l’ha messa su venerdì della settimana passata, richiamandoci tutti in pista dopo la fiacca (sì, fiacca. basta con gli anni 80, per pietà) parentesi gandolfiana. spero che prima o poi la memoria torni – o che qualcuno accorra in mio aiuto, anche. per ora i sinergici sforzi di giorgio e paso non hanno prodotto esito alcuno.

cinque un numero a piacere di persone a cui passo il testimone:
* ruckert
* mutewinter
* valentinasecondsight (scusa ma non mi riusciva scrivere solo *secondsight*)
* il musicista dan
* damiano, che fa delle foto stupende e ascolta anche molta musica
* max bdd
* amelie
* SaSa – anche se ultimamente scrive molto poco
* e, last but not least, uno staffettaro d’èlite, ovvero il paso

ecco.
fatto.

[e grazie alla fio, a bob, ad ale, a giorgio e a lifespotter (ordine di presa visione invito) che hanno passato il testimone a me]
















perchè poi capita ti accorgerti di essere veramente stufa di sentirti confusa.
stufa di essere vista per quello che non sei – e giudicata, anche, da chi non sa niente, e non capisce niente di te.
stufa della superficialità e della durezza di persone che poi, magari, hanno anche il coraggio di dire che ti vogliono bene, ma che in effetti non ti hanno mai guardata negli occhi (*), nemmeno una volta.
stufa della falsità e dell’ipocrisia e delle bugie – e quante bugie, già.
stufa di essere trattata come il piccolo fiore delicato (*), la ragazza così sensibile da sfiorare l’isteria, quella complicata e troppo strutturata e insopportabilmente contorta, quella con le cicatrici sulle braccia, quella di cui sparlarle alle spalle, quella a cui nascondere le cose – raccontando a se stessi la balla del è per proteggerla, è per non ferirla, quando invece è solo per il proprio comodo.
stufa, stufa, stufa, stufa.
ma nonostante questo.
non ci sono pezzi di me che perdo per sempre.
non l’innocenza, non l’entusiasmo, non il sorriso, nè il mio cuore che si innamora di tutto nè i miei occhi grandi spalancati sul mondo (*).
ogni volta che sto male – che qualcuno mi fa star male – finisco per rendermi conto di quanto sono felice di essere come sono.
all’inizio fa male.
ma non c’è niente che si spezza,
nessun vuoto,
nessuna implosione emotiva.
solo lo scoprirsi più bella di quanto avresti immaginato.
e mi spiace, sempre di più, per chi mi lascia allontanare da sè.

[di questo post non si capisce niente? meglio]
















grumi di polvere tra le mie dita

mi chiedo spesso dove vadano a finire i sentimenti, io
dove vadano a finire i sentimenti una volta che smettono di brillarti dentro
forse ti escono dalla mente e dal cuore e diventano altro da te, che puoi metterti a guardarli da tante prospettive diverse – analizzarli, prenderli in giro, vergognartene, arrabbiarti con loro solo perchè sono stati tuoi; o cercare di tenerli stretti a te e abbracciarli forte – nostalgiatenerezzadesiderio – e starci male quando ti accorgi che loro invece sgusciano via.
eppure deve esserci qualcosa che resta, che resta sempre – negli occhi sulle labbra sotto la pelle – una specie di impronta impalpabile – consuetudine di gesti e sorrisi ormai rarefatta: sfumata, magari, come un paesaggio nella foschia; ma che non scompare
sapori emozioni e profumi nella memoria come sull’epidermide – persi per sempre ma vivi in te, come una fitta che ti disorienta

[ecco, tutto questo solo perchè uscendo dall'autostrada non ho scalato la marcia dalla quinta alla quarta, come faccio sempre]
















sono visibile
chiara e pulsante
un cuore esposto
sono una gioia infinita e urlante
sono un brivido esteso all’universo che rimane fermo

[perchè è così che mi sento. e non ho parole migliori, dentro me, per dirlo]

è un post inutile e molto autoreferenziale, lo so.
per farmi perdonare, qualche foto in regalo.
il famoso laghetto di casa mia, in versione primaverile con tanto di glicini in fiore.
mamma anatra coi suoi otto anatroccoli nati giovedì scorso.
qualche mughetto visto da molto vicino.
foto giocosa ai faretti del rolling stone, aspettando il concerto dei low.
e riccioli di luce dalla chitarra di jens lekman.

[update. oltre ai versi di cristina donà, c'è anche un'altra canzone che in questi giorni parla al mio posto, sonetto n. 7 di lara martelli.
in particolare la frase conoscimi, e non per quel che sembro, ma guardami.
è una cosa che sento veramente tanto.
sono stanca delle cattive messe a fuoco, delle foto tagliate male.
voglio che le persone mi guardino negli occhi.
e mi vedano.
per quello che sono davvero.
perchè in fondo sì, basta guardarmi]