vi ricordate l’episodio di halloween dei simpsons della season fourteen? nella prima storia, send in the clones, homer compra un’amaca magica che ha il potere di clonare chiunque vi si sdrai. molto furbescamente inizia a clonare se stesso, e crea degli homer che facciano al suo posto tutto quel che lui non ha voglia di fare: andare al lavoro, dare una mano nelle faccende domestiche, badare ai ragazzi e così via. mentre lui se ne sta spaparanzato in giardino a bere birra.
le cose finiscono poi per prendere una brutta piega; ma non è questo il punto.
il fatto è che l’amaca magica e un bel clone factotum sono stati le prime cose a cui ho pensato quando mi sono decisa a tirare giù uno schemino dei concerti a cui vorrei andare da qui a natale:

la soluzione dell’amaca magica non è proponibile, ovvio. più realisticamente, come al solito ci si destreggerà tra eventi più o meno imprescindibili – e già immagino la tristezza di certe rinunce. ma a parte questo, è davvero una gioia che ci siano così tante proposte, che ci sia così tanta bella musica in giro.
e per cominciare, per chi ci sarà, ci si vede venerdì e sabato al covo..
[ah. in caso qualcuno volesse consigliarmi su cosa a suo parere è imprescindibile e cosa no, faccia pure. probabilmente farò di testa mia. ma le opinioni altrui sono sempre molto gradite, ecco]
and so it saddens me to say
i’m only happy when i move away
[non so bene come viverla, questa leggerezza che mi accarezza ogni volta che sto per salire su un treno, e partire; lasciare la mia casa vera - quella della vita quotidiana, quella dove nascondersi quando si ha paura, quella dove tornare quando ci si sente persi - e incamminarmi verso la città dove mi scopro me stessa nel modo più sincero - dove mi sento a casa, anche se casa non è.
alla fine mi resta tra le dita questa sensazione appiccicosa di estraneità - un po' come se non appartenessi davvero a nessun luogo, e nessun luogo appartenesse a me; e, in fondo, riuscissi a essere davvero felice solo mentre sto viaggiando - mentre mi sposto da una casa a metà all'altra]
[perchè sì, tra qualche minuto parto di nuovo]
un post stupido, ma anche no
(ma fondamentalmente sì)

quando l’ho comprata non ci ho minimamente pensato; ma in effetti, di questi tempi una felpa come questa rischia di essere attuale in modo ironicamente macabro (altre felpe&magliette molto carine qui)
accanto al pollo fintoingenuo, i mici rock di questa maglietta – adoro il gatto nerd-rock, e anche quello punk non scherza niente.
ma senza dubbio i migliori investimenti degli ultimi giorni sono questo vinile preso per soli otto euro; e soprattutto cinque cd della labrador a cinquantuno euro, spese di spedizione comprese, arrivati dalla svezia fin nel mio stereo in appena due giorni.
sono soddisfazioni, ecco.
nel primo pomeriggio di giovedì ventinove settembre duemilacinque, riconosciamo mira romantschuk e laurent leclère – al secolo mi and l’au – che se ne stanno in silenzio al binario uno della stazione di bologna, circondati da valigie e custodie di chitarre.
mi fa uno strano effetto incontrarli in un contesto così quotidiano.
non so se dipenda dalla loro musica o dal taglio dei loro occhi o dalla copertina del loro disco o dalla loro storia o da tutte queste cose insieme; ma davvero io me li immagino mentre scappano via da un libro di fiabe – un libro pieno di neve e cieli stellati e boschi di betulle, e illustrazioni bellissime e colori delicati.
ci avviciniamo; e loro ci sorridono, un po’ timidi un po’ gentili.
mi sembra una bambina, sottile e diafana nel suo prendisole azzurro chiaro; una bambina, o un elfo dei boschi, o una fanciulla bionda di un vecchio numero di dylan dog.
lau ha questo sguardo così limpido e aperto che non è difficile capire perchè devendra banhart abbia scritto la sua gentle soul proprio per lui.
ci dicono che stanno aspettando l’eurostar per milano; che il loro disco uscirà a fine ottobre; che non vedono l’ora di tornare a suonare in italia, e pensano lo faranno presto.
li salutiamo, e a me resta addosso una sensazione bella come un sorriso lungo e morbido. non so se ha senso, ma è così: per loro due, per i bei concerti della sera prima.
[e della sera prima, molti ricordi - forse troppo impressionistici per poterli raccontare.
solo alcune immagini, vivide nella memoria:
* il club74, con la sua sala concerti così male illuminata e i suoi vodka lemon taglia extra-extra-extra large
* l'incanto delle canzoni di mi e lau - che hanno il suono di quando inizia a cadere la neve, o delle foglie che in autunno diventano gialle, o del vapore profumato che si alza da una tazza di thè caldo
* un cd comprato senza pensarci una frazione di secondo, e autografato così (poi verrà fuori che si tratta di un unico pezzo strumentale da quaranta minuti, ma pazienza. facciamo che va bene lo stesso)
* la voce assolutamente incredibile di giuseppina (cit.) foster - emozioni liquide e brividi sulla pelle - e un concerto che se fosse durato mezz'ora in meno sarebbe stato semplicemente perfetto
* io che durante la terzultima canzone mi alzo stremata e mi butto su un divanetto e raccolgo un foglio e ci costruisco un areoplanino e lo lancio e lo faccio volare proprio sotto il naso di giuseppina, fino ai piedi della fio
* infine, il vendicativo dio del pre-war folk che mi punisce per l'incauto gesto, e fa sì che mi rovesci sui pantaloni e sulla felpa una discreta quantità di cera liquida]
e mentre, per l’ennesima volta in questi mesi, cammino nel sottopassaggio della stazione di bologna verso un intercity che mi riporterà a casa, d’un tratto mi viene in mente a quale disegno penso quando dico che mira e laurent mi sembrano scappati via da un libro: a questo disegno qua.
gli assomigliano così tanto che potrebbero proprio essere loro, i due ragazzi lì dentro.
[per equità: la voce di qualcuno a cui mi, lau - e giuseppina, anche - sono piaciuti decisamente meno che a me]
no, per dire. non ho mica ancora capito se questa storia della prospettiva e dei punti di vista mi va veramente a genio.
una parte di me la ama immensamente – tutta la faccenda dell’infinità ermeneutica, dell’inesauribilità di significati del vivere, no? la verità che ha più facce; la complessità e profondità di ogni piccola cosa; l’unicità del mio essere e del mio sentire; e così via.
ma ogni tanto sogno di abitare un mondo di due dimensioni soltanto, fatto di linee pulite e intrecci chiari – un mondo solido e apofantico e facile a leggersi. e dove è facile leggere dentro se stessi; e dentro gli altri.
a suo modo è così rassicurante. almeno credo.
ecco.