bologna, 25. 11. 2005 – home of the lame (*) + maritime (*)

[non so se ci sia qualcuno che condivida quel che sto per dire. ma. se è vero che home of the lame è stato per me una gradevole scoperta. il concerto dei maritime mi ha un tantino delusa. troppa energia: in ogni singola canzone in ogni singola frase in ogni singola nota. tutto così piatto, noioso, in un certo modo anche irritante - per me che pure li avevo apprezzati, su disco. è finita che mi sono ritrovata. a metà concerto. ad uscire dalla sala. dirigermi al bar. prendere un cocktail. e accorgermi di non aver per niente voglia di tornare dentro. la foto del bassista maritimiano - seduto sul palco in attesa di suonare, un bicchiere di whisky in mano e lo sguardo perso nel vuoto - è a suo modo emblematica del mio sentire rispetto alla loro esibizione]

[update. stavo dimenticando di citare l'elemento davvero folkloristico della serata. ovvero, il timbro del covo di venerdì. dico. ma quella faccina non era assolutamente identica a quella di ferruccio da giulianova?]
















bologna, 24. 11. 2005 – mark eitzel (acoustic solo) (*)

al concerto di mark eitzel non avevo mica intenzione di andarci, io.
avevo ben altri progetti per la serata – primo tra tutti, infilarmi sotto le coperte e dormire per almeno quindici ore filate.
capitano giorni in cui ti senti veramente stanco, no?

solo che poi mi sono lasciata convincere. anche se il suo ultimo disco solista non l’ho nemmeno ascoltato, da tanto ne ho sentito parlar male più o meno da tutti; anche se avevo un sonno di quelli che non si possono raccontare; anche se era una serata scura e fredda; anche se dieci euro non sono affatto pochi per me, in questo periodo.
alla fine, a un concerto non riesco mai a dire di no.

al covo ci sono poche persone.
mi siedo sui gradini di legno da cui si sale sul palco.
e aspetto.
vorrei non aver dovuto pagare il biglietto. vorrei non dovermi togliere il cappotto. vorrei riuscire ad evitare di sbadigliare ogni mezzo minuto. vorrei anche che mark eitzel si decidesse ad arrivare, iniziasse il suo concerto, lo finisse in un tempo ragionevole – per poter tornare a casa, e sprofondare finalmente in un caldo, morbido piumone.

e poi. mark eitzel entra nella sala. mi passa accanto mentre sale sul palco. mi sorride.
e imbraccia la sua chitarra, e comincia a cantare.
da quel momento sono stata felice di essermi lasciata convincere; felice di essere lì. come per incanto, sonno e stanchezza mi sono scivolati via dagli occhi.

è stato un concerto intenso ed emozionante, a tratti buffo – lui che interrompe una canzone perchè si accorge di avere una gran quantità di macchine fotografiche puntate addosso, e si vergogna e arrossisce e trova questa cosa di essere continuamente immortalato un po’ bizzarra; e ride nervoso, e si mette in posa (forse sperando di farci sfogare, di vederci infine riporre le nostre fotocamere infernali); e poi riprende a suonare, ma va avanti per diversi minuti a sbagliare qualche accordo ogni tanto, a chiedere scusa sorridendo. e a un certo punto dice qualcosa come dovrei far finta di star suonando nella cucina di casa mia. è tutto così sincero, così vero, che parole e musica ti arrivano davvero diritte al cuore. e a prescindere da quanto sonno tu abbia, da quanto faccia freddo nella sala concerti del covo, da quanto poco bello possa essere l’ultimo disco di quell’uomo sul palco. ecco. a prescindere da tutto questo. non c’è luogo migliore dove avresti potuto essere nè cosa migliore che avresti potuto fare, stasera.

e in sostanza, questa è la storia della sera in cui ho inziato ad amare mark eitzel.

[per ruckert e mammara, che mi hanno chiesto di parlare del concerto]
















[ho un nuovo cappello che mi calza a pennello]

che poi. io mi chiedevo. ma le foto mentono? o invece. a volte. sono più vere del vero?
















“comunicare è sbagliato!”
[la maglietta di un ragazzo al concerto dei valentina dorme, vicolo bolognetti, fine agosto]

dopo anni di militanza estremista e convinta nel partito comunicazionistaaoltranza, mi accorgo che dentro me iniziano a maturare i primi germi del dubbio.
la comprensione non ha niente a che vedere con il lasciare aperti agli altri e al mondo il proprio cuore e la propria mente.
e perdersi nella traduzione è un destino inevitabile che ci accomuna tutti.

un po’ fa tristezza, eh.
ma devo confessare che in qualche modo è un vero sollievo.
ecco.
















[viareggio, giugno duemilaecinque]

.. anche fotografare gli uccellini in spiaggia è twee?
e metterne la foto sul blog è a sua volta twee oppure è solo smielato?
(o magari non è altro che un furbo escamotage per postare qualcosa anche se non si ha niente di particolarmente intelligente o profondo da dire?)

[lo stesso uccellino immortalato in un altro scatto, assieme a un amico molto più spavaldo di lui: qui. non so voi, ma personalmente trovo irresistibile lo sguardo sfrontato e lo starsene *a zampe larghe* dell'amico spavaldo.]
















chiamatemi ritardata mentale
[*eternal loop*]

ok, eternal forse è un po’ troppo.
ma questa canzone – kalla mig dei vapnet, inno al nerdismo indiepop (cit.) – ha una pericolosa tendenza a rimanere appiccicata in testa.
altro che soul meets body.
io ne sono ostaggio da tre settimane buone, ormai.
per chi volesse unirsi a me, ecco il materiale-base:

- emmepittrè [+]
- testo e tabs [+]

e se masticate un po’ di svedese, questo è il blog dei vapnet.
















autumn comes with
these slight surprises where your life might twist and turn

[the radio dept. - strange things will happen]

l’autunno si è posato sui rami – come canta qualcuno in una canzone che mi piace da matti. lo guardo dalla finestra della mia stanza. le foglie color giallo oro, le foglie color ruggine, le foglie di un rosso intenso e vivo. lo guardo, e bevo con gli occhi ogni sua piccola sfumatura cromatica.

non so cos’è – se dolore per tutti i pezzetti di me che forse ho perduto per sempre; o nostalgia per un futuro che mi sembra di non riuscire più a sognare – ma sento freddo.
un freddo di quelli che non esistono piumoni o coperte di lana o sciarpe o maglioni capaci di cacciartelo via di dosso.
ed è strano. e fa ancora più male. accorgersi che il proprio mondo si è come cristallizzato in una spenta scala di grigi. e sentirsi così, senza speranze e senza vie d’uscita. quando sai sorridere per ogni minuscola cosa bella ti capiti di incrociare. e il tuo sorriso è uno di quelli che irradiano luce.
















fotografare gatti è molto twee

mi si dice che tale affermazione sarebbe riconducibile a uno dei massimi esperti in materia di twee. (sabato sera, appena fuori un bar di cavriago di cui non ricordo il nome).
io non ho mica sentito.
distratta dal borghetti e dall’opulento esemplare felino qui sopra, mi sono persa diversi spezzoni di conversazione.
ma. poichè io mi sento (.. sono?) davvero molto twee. e cerco sempre di fotografare qualsiasi gatto mi capiti a tiro (un esempio). per quanto mi riguarda, la teoria del titolo acquista, senza indugio alcuno, forza di legge.

due cose.
1) i gatti in sè sono twee? o è twee solo l’atto del far loro foto?
2) il fotografare i *propri* gatti non vale, direi.

[update a scanso di equivoci.
la gatta della foto non è la mia gatta. è una micia anonima con cui ho familiarizzato a cavriago sabato sera, fuori dal bar di cui non ricordo il nome, appunto]
















ferrara, 6. 11. 2005 – amandine (*)

(post in arrivo)
(giuro. arriva davvero. tra un pochino)
(vabeh. proprio tra un pochino no. che tra mezz’ora ho il treno.
però arriva. in giornata entro il fine settimana, direi. ecco)
(tutto ciò sta diventando grottesco, lo so. accidenti al non aver tempo)

[io, 11+12 novembre]

dopo tutte le (false?) promesse di *post imminente*, finalmente ci siamo.
signore e signori, ecco a voi il racconto del concerto degli amandine.
e molto altro ancora, come al solito.

domenica scorsa, un chilometro qualsiasi del tratto autostradale tra bologna e ferrara.
cielo plumbeo, pioggia che si abbatte sul vetro della macchina lasciando ben poca tregua al tergicristallo.
io che continuo a ripetere beh, ma è presto, non abbiamo mica fretta, rallenta, e mi raccomando non ti azzardare a spostarti nella corsia di sorpasso e altre amenità simili al povero guidatore – nonchè compare abituale di concerti.
guardo fuori e per un attimo mi prende questo attacco di razionalità perplessa. e mi chiedo ma chi accidenti ce l’ha fatto fare di uscire di casa in una giornata come oggi?. per andare a un concerto, poi. una di quelle cose assolutamente *rinunciabili* nella vita, no? insomma. è una roba un po’. da fanatici. immaturi. con poco sale nella zucca.
la verità, però. è che mentre questi pensieri mi ronzano in testa. mi accorgo che le labbra mi si increspano in un sorriso di quelli luminosi.
ok. viene giù un’acqua della madonna. abbiamo due ombrelli da barzelletta, e scarpe da ginnastica di tela ai piedi. ci inzupperemo come pulcini. ma in fondo, chi se ne frega?
è passione, è amore per la musica, questo. che mi mette voglia di uscire e salire in macchina e fare una quarantina di chilometri di autostrada e andare in giro per ferrara in un giorno di pioggia (piuttosto) violenta. e mi rende felice. mi fa sentire viva.
che importa delle scarpe e dei pantaloni fradici.

alla fine, arrivati a ferrara, il tempo è molto meno inclemente del previsto.
decidiamo di entrare al circolo zuni un’oretta e mezza prima dell’inizio del concerto. per bere qualcosa. e guadagnare dei rispettosi posti in prima fila. (ve lo ricordate, no? io ho un po’ la fissa della prima fila ai concerti).
ci avviciniamo al banco. c’è una lavagnetta con un elenco di vini rossi e vini bianchi. aggrotto le sopracciglia – a me il vino non piace. mi dico che in fondo posso sempre ordinare una coca cola. ma poi mi accorgo di una seconda lavagnetta, la lavagnetta dei cocktails. e vengo irresistibilmente attratta dalla scritta black russian. black. russian. cioè, ma l’avete mai bevuto? è di una bontà paradisiaca. o almeno lo è per me.
così. lo ordino.
non sono ancora le sei del pomeriggio.
il barista mi guarda con un’espressione veramente, ma veramente molto espressiva; e per una frazione di secondo mi sento un’alcolizzata.
il compare di concerti ordina un vodka lemon; il barista commenta con un ah! molto eloquente; e ci sediamo.
un paio di tavoli più in là, gli amandine stanno iniziando a cenare.
sono tutti molto biondi. e se non sono biondi, hanno un’aria da elfi bambini – pelle e sguardo trasparenti e delicati.
la prima cosa che penso dopo averli visti, è che assomigliano davvero tanto alla loro musica. o forse, è la loro musica ad assomigliare a loro. chissà.

la serata – forse complice il black russian, ma forse anche no – si trasforma in un quadro impressionista, fatto di luci soffuse e ombre lievi, e volti gentili e bei suoni e sorrisi schivi.

gianluca che ha portato gli amandine qui italia e si ferma a chiacchierare con noi per un po’ e anche solo da quel poco si capisce che è una persona di cui è bello essere amici * john andersson che vorrebbe fargli una foto, ma gianluca le foto le detesta e gli dice di no con decisione * le guance del timidissimo john che diventano rosse per l’imbarazzo * l’ingresso del cane stanko – che al circolo è amico un po’ di tutti, e scodinzola qua e là a farsi accarezzare; per poi adagiarsi affettuoso sulle ginocchia del padrone, che schizza la sua moleskine con disegni tratteggiati a penna * un furgoncino color azzurro intenso targato svezia parcheggiato proprio davanti l’entrata del circolo * anakin skywalker con una spilletta che recita ‘fuck (nonmiricordocosaochi)!‘, e che assiste al concerto senza togliersi nè il cappotto nè il cappello * l’espressione dolce della fanciulla che suona il violino per gli amandine * la scaletta, appiccicata a terra ancor prima dell’inizio del concerto * andreas hedström che abbassa le luci – peraltro già basse – mentre gli altri accendono minuscole candele qua e là * olof gidlöf che inizia a cantare * e la musica, che mi avvolge morbida come una sciarpa di lana di quella buona * e poi le spillette, e il sette pollici autografato, e gianluca che mi regala le locandine del concerto – due, perchè ne esistono due versioni diverse

quando usciamo dal circolo zuni sono le nove e mezza – aria fresca e umida, selciato lucente della pioggia del pomeriggio.
ed ecco. sono davvero contenta. che finalmente la mia versione pigra e razionale si sia persa in qualche angolo di me stessa. e faccia capolino solo di tanto in tanto.

[forse - forse - a questo punto dovrei cambiare la data del post. e mettere un *13* al posto dell'*11*. ma una roba del genere probabilmente è troppo perfettina anche per una come me. quindi resta tutto così]
















bologna, 5. 10. 2005 – langhorne slim (*)

sabato sera. camminiamo verso il covo nella pioggia battente. l’asfalto è viscido e scivoloso; e imbranata come mi ritrovo, cerco di stare attenta a dove metto i piedi. con la coda dell’occhio vedo un furgoncino bianco e scassato alle nostre spalle. si sta avvicinando. velocemente. il vialetto è stretto, così acceleriamo il passo; e la cosa curiosa è che accelera anche il furgoncino. il tutto si svolge nell’arco di pochi secondi, ma faccio in tempo a pensare qualcosa come questi vogliono investirci. la prospettiva non è particolarmente attraente, così ci spostiamo in fretta nella fanghiglia del prato. il furgoncino ci sorpassa. hai i finestrini abbassati. all’interno, langhorne slim. che ciondola la testa e muove un pugno come un invasato. nell’altra mano stringe un bicchiere, pieno di una non meglio precisata sostanza che – chissà perchè – immagino essere alcolica.
mi guardo le scarpe e i pantaloni fradici; e penso che, ecco, questo langhorne slim in fondo mi sta terribilmente antipatico.

questo lungo preambolo solo per far notare che. nonostante io e langhorne slim non fossimo esattamente partiti col piede giusto. non mi sono assolutamente pentita di aver assorbito così tanta umidità. perchè, senza mezzi termini, è stata una bellissima serata. colorata di bellissima musica suonata con amore e con passione.

tizio che distribuisce flyers del concerto modenese degli evens – e, si scoprirà più tardi, compie gli anni proprio stasera.
un ragazzo di mestre – con tanto di claque veneta al seguito – di cui non ho assolutamente capito il nome, che apre la serata. (da una ricostruzione a posteriori è emerso che farebbe parte del gruppo veneto degli hormonas).
intorno a me, magliette buffe, molta voglia di ridere e di fare foto.
contrabbassista e batterista che salgono sul palco e si siedono ai rispettivi strumenti e subito iniziano a brontolare qualcosa come hey, langhorne dovrebbe darsi una smossa perchè finchè non arriva lui qui non si comincia!.
e appena langhorne si unisce agli altri due, appare chiaro che quando lui parlava di quel *celebre* gruppo, gli unbelievable cazzons, in fondo non si stava inventando proprio niente – aveva semplicemente coniato il nome perfetto per questo trio di incredibili, adorabili cazzoni: che si divertono come dei pazzi a suonare, e sanno farlo anche molto molto bene. tanto da dar vita ad un concerto strepitoso.
(esempio lampante di cazzonaggine. dal pubblico si alza il grido ‘fuck bush!’. e il contrabbassista pensa bene di rispondere, molto divertito: ‘what? fucking in the bushes?’ e gli altri di rimando ‘uuuhm, fucking in the bushes!’, e tutti e tre giù a ridere come scemi).
langhorne slim è un folletto abbigliato per metà come un dandy e per metà in stile vecchio west. saltella da un lato all’altro del palco, così velocemente che in certe foto sembra una specie di fantasma. ha questa clamorosa faccia da schiaffi; tiene spesso la lingua tra i denti, e quasi sempre ha un’espressione un po’ assurda e molto ironica. o molto alcolica, anche: con tutte le lattine di birra e i cocktails abbandonati tra cavi e amplificatori, si può ben dire che gli unbelievable cazzons fanno del fantastico hillbilly sotto spirito (cit.).
a un certo punto – siamo quasi a fine concerto – mi lascio contagiare dall’atmosfera giocosa e frego il fortissimo cuba libre (9/10 rum, 1/10 cola. proporzioni così. giuro) di langhorne, do qualche sorso timido, e finisco per scolarmelo senza nessun ritegno. chi mi vede farlo, sorride. e sorrido anch’io, ad ogni sguardo che incrocio.

a volte c’è così tanto entusiasmo nell’aria densa della sala concerti del covo che non puoi fare a meno di lasciarti trascinare in questo vortice di pura gioia. e respirarlo. e sentirtelo muovere dentro, a lungo. anche nel buio liquido di una notte piovosa di metà autunno.
















[your eyes are big when they're so close]
















and i’m so happy, oh so happy
then again i’m always sad
and i can’t hide the tears in my eyes
from the night we never had

[shout out louds - 100°]

bologna, la notte tra il sei e il sette ottobre duemilaecinque.
il concerto degli okkervil river – intenso emotivo emozionante.
occhi lucidi di pianto e risate (pure troppo) alcoliche su visi cari (vedi qui e qui).
io che mi accorgo stupita di riuscire solo a sorridere, e non mi sembra vero per una volta di sentirmi solo e soltanto serena.
giacche fradice asciugate alla meno peggio grazie all’impianto di riscaldamento di una toyota yaris; e racconti buffi e sgangherati su cavatappi e montacarichi.
e poi, casa.
prima di infilarmi sotto le coperte indugio ad ascoltare il ticchettio della pioggia sul vetro del lucernario – la pioggia che cade da ore.
quando sono felice amo il suono della pioggia.
e ancora non ho finito di pensare questo pensiero, che una fitta d’ansia mi stringe la bocca dello stomaco.
io sono *davvero* felice?

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di nuovo bologna, la notte tra il ventinove e il trenta ottobre duemilaecinque.
il concerto degli staff, sublime sintesi di cazzonaggine e poesia.
e poi il favoloso dj set losing my badge.
giorgio che non sa come attaccare bottone a leonardo.
enzo e la laura che si scatenano su hello kitten.
fabio che incita a ballare chiunque veda immobile.
paola che inizia a fare le bolle di sapone (e chapeau per l’idea delle mollette da bucato!)
sabrina che le bolle di sapone non le ha mai sopportate.
la fio che invece le adora, e vorrebbe trovare il modo di attaccarci sopra un post-it.
dj ebi e dj arturo che mettono due volte the skin of my yellow country teeth, e per due volte si buttano in pista a ballarla.
geoff che ci guarda e non smette un attimo di sorridere – ma non c’è nessuno che non sorrida, stasera.
e poi la musica, la musica più bella del mondo, la musica che amiamo.

. . . . . . . . . . . . . . .

io non so. se sono davvero felice.
ma credo che forse, più che uno stato di cose, la felicità sia una scelta – sia scegliere di vedere se stessi, le persone e il mondo con uno sguardo piuttosto che un altro.
ed ecco. serate come quella di sabato mi fanno ricordare quanto la vita sappia essere delicata e lieve e dolce, e quanta bellezza brilli nelle piccole cose.
forse è solo un dj set. forse è solo musica.
ma sa farmi sentire davvero felice..

[ricordate. losing my badge torna tra tre settimane, dopo il concerto dei maritime.
se vi volete bene, siateci]
















annunciaziò, annunciaziò!

è finalmente online il video di giorno di vento dei madcaps!
correte a vederlo, perchè è molto bello e ne vale decisamente la pena.

[poi. se vi va. lasciate un feedback. anche qui, magari]