ferrara, 6. 11. 2005 – amandine (*)
(post in arrivo)
(giuro. arriva davvero. tra un pochino)
(vabeh. proprio tra un pochino no. che tra mezz’ora ho il treno.
però arriva. in giornata entro il fine settimana, direi. ecco)
(tutto ciò sta diventando grottesco, lo so. accidenti al non aver tempo)
[io, 11+12 novembre]
dopo tutte le (false?) promesse di *post imminente*, finalmente ci siamo.
signore e signori, ecco a voi il racconto del concerto degli amandine.
e molto altro ancora, come al solito.
domenica scorsa, un chilometro qualsiasi del tratto autostradale tra bologna e ferrara.
cielo plumbeo, pioggia che si abbatte sul vetro della macchina lasciando ben poca tregua al tergicristallo.
io che continuo a ripetere beh, ma è presto, non abbiamo mica fretta, rallenta, e mi raccomando non ti azzardare a spostarti nella corsia di sorpasso e altre amenità simili al povero guidatore – nonchè compare abituale di concerti.
guardo fuori e per un attimo mi prende questo attacco di razionalità perplessa. e mi chiedo ma chi accidenti ce l’ha fatto fare di uscire di casa in una giornata come oggi?. per andare a un concerto, poi. una di quelle cose assolutamente *rinunciabili* nella vita, no? insomma. è una roba un po’. da fanatici. immaturi. con poco sale nella zucca.
la verità, però. è che mentre questi pensieri mi ronzano in testa. mi accorgo che le labbra mi si increspano in un sorriso di quelli luminosi.
ok. viene giù un’acqua della madonna. abbiamo due ombrelli da barzelletta, e scarpe da ginnastica di tela ai piedi. ci inzupperemo come pulcini. ma in fondo, chi se ne frega?
è passione, è amore per la musica, questo. che mi mette voglia di uscire e salire in macchina e fare una quarantina di chilometri di autostrada e andare in giro per ferrara in un giorno di pioggia (piuttosto) violenta. e mi rende felice. mi fa sentire viva.
che importa delle scarpe e dei pantaloni fradici.
alla fine, arrivati a ferrara, il tempo è molto meno inclemente del previsto.
decidiamo di entrare al circolo zuni un’oretta e mezza prima dell’inizio del concerto. per bere qualcosa. e guadagnare dei rispettosi posti in prima fila. (ve lo ricordate, no? io ho un po’ la fissa della prima fila ai concerti).
ci avviciniamo al banco. c’è una lavagnetta con un elenco di vini rossi e vini bianchi. aggrotto le sopracciglia – a me il vino non piace. mi dico che in fondo posso sempre ordinare una coca cola. ma poi mi accorgo di una seconda lavagnetta, la lavagnetta dei cocktails. e vengo irresistibilmente attratta dalla scritta black russian. black. russian. cioè, ma l’avete mai bevuto? è di una bontà paradisiaca. o almeno lo è per me.
così. lo ordino.
non sono ancora le sei del pomeriggio.
il barista mi guarda con un’espressione veramente, ma veramente molto espressiva; e per una frazione di secondo mi sento un’alcolizzata.
il compare di concerti ordina un vodka lemon; il barista commenta con un ah! molto eloquente; e ci sediamo.
un paio di tavoli più in là, gli amandine stanno iniziando a cenare.
sono tutti molto biondi. e se non sono biondi, hanno un’aria da elfi bambini – pelle e sguardo trasparenti e delicati.
la prima cosa che penso dopo averli visti, è che assomigliano davvero tanto alla loro musica. o forse, è la loro musica ad assomigliare a loro. chissà.
la serata – forse complice il black russian, ma forse anche no – si trasforma in un quadro impressionista, fatto di luci soffuse e ombre lievi, e volti gentili e bei suoni e sorrisi schivi.
gianluca che ha portato gli amandine qui italia e si ferma a chiacchierare con noi per un po’ e anche solo da quel poco si capisce che è una persona di cui è bello essere amici * john andersson che vorrebbe fargli una foto, ma gianluca le foto le detesta e gli dice di no con decisione * le guance del timidissimo john che diventano rosse per l’imbarazzo * l’ingresso del cane stanko – che al circolo è amico un po’ di tutti, e scodinzola qua e là a farsi accarezzare; per poi adagiarsi affettuoso sulle ginocchia del padrone, che schizza la sua moleskine con disegni tratteggiati a penna * un furgoncino color azzurro intenso targato svezia parcheggiato proprio davanti l’entrata del circolo * anakin skywalker con una spilletta che recita ‘fuck (nonmiricordocosaochi)!‘, e che assiste al concerto senza togliersi nè il cappotto nè il cappello * l’espressione dolce della fanciulla che suona il violino per gli amandine * la scaletta, appiccicata a terra ancor prima dell’inizio del concerto * andreas hedström che abbassa le luci – peraltro già basse – mentre gli altri accendono minuscole candele qua e là * olof gidlöf che inizia a cantare * e la musica, che mi avvolge morbida come una sciarpa di lana di quella buona * e poi le spillette, e il sette pollici autografato, e gianluca che mi regala le locandine del concerto – due, perchè ne esistono due versioni diverse
quando usciamo dal circolo zuni sono le nove e mezza – aria fresca e umida, selciato lucente della pioggia del pomeriggio.
ed ecco. sono davvero contenta. che finalmente la mia versione pigra e razionale si sia persa in qualche angolo di me stessa. e faccia capolino solo di tanto in tanto.
[forse - forse - a questo punto dovrei cambiare la data del post. e mettere un *13* al posto dell'*11*. ma una roba del genere probabilmente è troppo perfettina anche per una come me. quindi resta tutto così]