everybody’s got something to hide
except me and my.. cookies

[stasera, per chi festeggia a bologna]

[per tutti gli altri, la ricetta è qui]

[e buon duemilasei a tutti!]
















io non tremo
è solo un po’ di me che se ne va

[afterhours - bye bye bombay]

una delicata malinconia mi scivola addosso – ricamo denso e sottile – mentre la radio del locale in cui sto pranzando passa questa canzone.
e io. una volta di più. mi muovo incerta. tra la gioia per una serenità ritrovata. e la nostalgia intensa per sentimenti persi per sempre – abbandonati e ignorati finchè diventano così impalpabili ed evanescenti da non riuscire più a tormentarti; finchè non si spengono, e si trasformano in passato.

nessun rimpianto; nessun riferimento esistenziale concreto.
solo una tristezza lieve – come può essere lieve una carezza triste – per quel meccanismo razionale e inevitabile e spietato che è l’andare avanti, lasciandosi dietro interi pezzi di sè.

a volte mi sembra che la vita sia una specie di enorme immagine jpg, fatta di infiniti livelli ancorati in basso – emozioni e dolori e sorrisi incollati su uno sfondo, che nel tempo che scorre perdono colore e anima.
restano i ricordi; ma la magia, quella è come se non si potesse evitare di perderla. ogni volta che qualcosa finisce.
















[the fox cat in the snow]
















[un post da leggere con questa canzone in sottofondo]
[tanto per entrare nello spirito giusto]

two-days-before-christmas’ coming out: tra le mie innumerevoli passioni/ossessioni c’è anche quella per gli addobbi natalizi.
mi piacciono le cose buffe. delicate. di gusto nordico.

per esempio, le decorazioni in latta smaltata, come queste:


[le immagini ingrandite: uno due e tre]

oppure quelle in legno, come questa natività realizzata dai ragazzi dell’anfass di lucca:


[l'immagine ingrandita qui]

poi, non ho potuto resistere al fascino di questo orsetto, soprattutto per il fantastico maglioncino in lana cotta che indossa:


[l'immagine ingrandita qui]

nè a quello di questi due biscottoni e dell’omino di marzapane:


[l'immagine ingrandita qui]

anche se credo che i miei preferiti resteranno sempre quelli che, confidenzialmente, a casa mia chiamiamo angioletti di botero – ovvero queste due meraviglie:


[l'immagine ingrandita qui]

insomma. subito dopo le lucine. queste sono le cose che preferisco, del natale.

[quanto alla musica per entrare nello spirito giusto - per il natale, e non solo per questo post. se non avete la compilation cwistmas twee, già segnalata lo scorso anno sia da salvatore che da enzo, sappiate che potete scaricarla da qui.
ne vale assolutamente la pena, direi]
















i wanted to ask her what she meant
if she had a brain made of cement

[pelle carlberg - mind the gap]

nomen est omen è uno di quei modi di dire latini che mi hanno sempre affascinata, fin dalla prima volta che lo ho sentito usare – e dovevo essere molto molto piccola, credo.
in modo del tutto irrazionale e non mediato, mi piaceva quella stentorea affermazione d’identità di due parole diverse e però del tutto identiche – se non per la enne iniziale, in un caso presente e nell’altro no. insomma, mi piaceva ancor prima di sapere cosa significasse.

e cover est omen – mix linguistico assai improbabile e parecchio bruttino, lo ammetto – potrebbe esserne la perfetta parafrasi in campo musicale, per quanto mi riguarda.
quante volte ho comprato o scaricato un disco solo e soltanto perchè mi ero innamorata della copertina, o dell’artwork in generale?
come se una foto, un disegno, la scelta dei colori, o una grafica particolare, mi parlassero loro stessi di musica; o – meglio ancora – mi mostrassero in pochi tratti delicati e convincenti il mondo che quelle determinate canzoni abitavano. un mondo che potevo sentire vicino al mio. o magari irrimediabilmente lontano.
a volte è un ‘metodo di approccio’ che funziona; a volte, assolutamente no.

è il caso di everything. now! di pelle carlberg.
sono sicura che se avessi dovuto affidarmi esclusivamente alla copertina, non l’avrei mai ascoltato. non sembra nemmeno un disco della labrador. e quel che è peggio, mi fa venire in mente robe alla michael bublè – che, come dire, non sono esattamente il mio genere.
invece, everything. now! è veramente un gran bel disco. superbo indiepop, nella migliore tradizione dell’etichetta svedese. melodie lievi e accattivanti e sorridenti; testi malinconici ironici mai banali. atmosfere decisamente belle and sebastian – si ascolti ad esempio una delle più belle canzoni dell’album, a tasteless offer (qui). e una mind the gap – l’emmepittrè è linkato poco più sopra – che ricorda davvero tanto l’amato jens lekman.
chi si sarebbe immaginato tutto questo, a partire da quella copertina così *crooner anni cinquanta*?

[per dirla proprio, proprio tutta. il packaging di questo disco prevede la presenza di una pallina color perla, che scorrazza su e giù per quella specie di intercapedine/colonna vuota sulla sinistra del contenitore del cd. è un elemento a suo modo destabilizzante - non coerente col tono generale della confezione. è buffo, è giocoso. non credo sarebbe bastata a conquistarmi. ma di certo mi avrebbe messo addosso un (bel) po' di curiosità]

[dimenticavo. altri mp3 e un video sono scaricabili qui]
















jack, la prossima volta che ti becchiamo
addormentato in piedi all’una
o ad intortare l’occhialona
ti pigliamo a calci fino al millennium

[covoclub]

un po’ come un grande disco, un grande film, un grande romanzo: ogni volta che torno a leggere l’about me della pagina che jack, il buttafuori del covo, ha su myspace, mi imbatto in qualche nuovo dettaglio, in qualche piccola grande notizia che in precedenza non avevo registrato.
dai dieci matrimoni alle sette lauree (tra cui architettura, medicina e ingegneria nucleare – mica pizza e fichi); dagli attuali studi in biologia nucleare alla travolgente passione per i nomadi; dall’esperienza nella legione straniera a quella in un non meglio precisato corpo paramilitare dei servizi segreti italiani, negli anni settanta; dalla storia d’amore con un’attrice italiana le cui iniziali sono o ed m alla close friendship con steve jobs e chuck norris; fino ai soggiorni nelle più svariate località di tutto il mondo – tra cui la persia e bisanzio. e tutto ciò solo per fare qualche esempio.
particolarmente illuminante questo passaggio della sua fantastica autopresentazione:

i also dislike music played by blogger djs (too hi frequencies!!!!!)

che dà un senso completamente nuovo a questa immagine – dettaglio di una foto scattata da paola durante losing my badge #1.

se volete tuffarvi anche voi nel meraviglioso mondo di jack, sappiate che basta un click. enjoy!
















milano, 7. 12. 2005 – gravenhurst (*)

in parte, questo concerto è stato esattamente come lo immaginavo.
intenso. emozionante. sofferto. penetrante da togliere il fiato e inumidire gli occhi e cancellare tutto ciò che hai intorno – tutto ciò che non è sul palco, tutto ciò che non è musica.

in parte invece mi ha sorpreso. per certi passaggi passionali e travolgenti e carichi di energia che non mi sarei aspettata.

[per vedere più grandi le foto più piccole, clicca qui]

nell’insieme, è semplicemente stato un concerto bellissimo.
e non credo – io – di potere nè sapere dire niente di più, e niente di meglio.

oltre alla musica, poi.
le chiacchiere e le risate dei duecentododici (circa) chilometri tra bologna e milano. una favolosa sciarpa islandese, e un ristorante cingalese leggermente improbabile. la spilletta del puffo vanitoso. il santosubito. una ragazza conosciuta questa estate che scopri solo adesso avere un blog. una figura sottile china su un tavolo a scrivere un post-it. svariati take care, e qualche bacio sulle guance. milano che (quasi) tutti odiano, mentre una parte di me continua in qualche modo ad amare. una sosta ad un autogrill – piccole montagne di neve qua e là, che come fai a non saltarci sopra? [smile]. il minitormentone della serata – chi suona al covo la notte del trentuno dicembre? (e c’è da dire che sì, ci avevamo indovinato). elephant eyelash che ci accompagna per tutto il viaggio di ritorno. e una notte limpida, di milioni di stelle che brillano forte.

e quando ci ripenso. mi dico che in fondo è davvero facile. essere felici.

[per la serie sboroneggiare giova all'umore. oggi mi sento dell'animo giusto per vantarmi della pubblicazione di una mia foto sul numero di dicembre di blow up - per conferme, potete chiedere a lui. si sono dimenticati di scrivere che è *mia*, in effetti. ma a me va più che bene, visto che quella foto non mi piace granchè.
è una cosa piccola. però mi ha fatto piacere]
















we’ll aim for the stars, we’ll aim for your heart
when the night comes
and we’ll bring you love, you’ll be one of us
when the night comes

[i'm from barcelona - we're from barcelona]

una delle cose più belle degli ultimi giorni, per me, è stata senza ombra di dubbio kanojo to kanojo no neko – un delicato corto d’animazione che ha come protagonisti un gattino e la ragazza che lo adotta. è una piccola storia di nemmeno cinque minuti, venata di quella poesia e di quella malinconia dolce a cui io non sono assolutamente in grado di resistere. se anche voi come me volete innamorarvene, lo trovate qui.
(grazie mille a marco)

altrettanto adorabili, anche se in modo del tutto diverso, i cosi pelosi della pubblicità del dodiciottantotto. non posso farci niente, mi fanno impazzire. qui è possibile guardare – e scaricare – i filmati delle campagne pubblicitarie italiana e spagnola.
(grazie mille a paso)

e poichè non c’è due senza tre, e per di più io nutro poca simpatia per i numeri pari, ecco un terzo link, ripescato dagli archivi di questo blog e mai osannato abbastanza: l’impossibile (?) storia d’amore tra una coniglietta e un gatto.

poi ditemi se non sono cose meravigliose.

[love is a feeling that i don't understand
but i'm gonna give it to you]

update.
qualcuno mi ha segnalato di non riuscire ad aprire il corto kanojo to kanojo no neko.
l’ho caricato di nuovo, stavolta senza comprimerlo, qui – sperando non ci siano problemi.
fate sapere se funziona!
















running over the same old ground,
what have we found?
the same old fears.

[pink floyd - wish you were here]

i feed my body with things that i don’t need
until i sink to the bottom.
don’t act like it came as a surprise.
don’t you believe me? then look into this eyes..

[maximo park - going missing]

prendere una lametta.
tenerla delicatamente tra le dita – la mano che trema appena.
sfiorare la pelle, scivolarvi sopra leggera – come una carezza lunga e fredda.
fermarsi.
stringere forte la lama.
e affondarla nella carne.
solo per un po’.
finchè davvero non provi dolore.
finchè il dolore non ti spaventa troppo.
e poi.
guardare il sangue che affiora piano.
colora i margini della ferita.
ne fugge fuori in tanti piccoli rivoli – un fiorire di lacrime rosse.
e sentirsi meglio.
in qualche modo, sentirsi meglio.

ecco. questo è il genere di cose che alle persone fa impressione.
un gesto troppo sfacciato, troppo diretto – neanche un minuscolo passaggio simbolico, nessuno strato di separazione tra l’azione e il suo significato.
autolesionismo. puro. e. semplice.
letterale.

eppure. non è certo spingere una lametta giù, a fondo, nella pelle il male peggiore che una persona possa fare a se stessa.
proprio. proprio. proprio. no.

autolesionismo è una ragazza bellissima – nell’aspetto e nel cuore – che si convince di non valere niente, e che il mondo non smetterà mai di farle paura. e allora. si rifugia in un mondo tutto suo. un mondo strano, dove quarantuno chili sono ancora troppi, e trenta e lode è ancora troppo poco, e dove l’ossessione per i numeri giusti appare salvifica – non foss’altro perchè riesce ad appannare la realtà, e con essa ogni ansia concreta, ogni angoscia ogni problema ogni timore.

autolesionismo è il perfezionismo che ti succhia via la vita. e ti paralizza. e ti porta a mentire. fino al punto, quasi, di perdere te stessa.

autolesionismo è prendere in mano il tuo dolore per scagliarlo lontano; e scoprire di non essere in grado di separartene, ma solo di cambiargli volto, trasformarlo in qualcos’altro – uguale e diverso al tempo stesso. invece dei quaranta chili, quaranta più quaranta e ancora oltre; invece dei trenta e lode, intere sessioni d’esame lasciate scivolare via pigramente; invece del perfezionismo efficiente, un’inconcludenza intrisa di sensi di colpa.

e ancora,

autolesionismo è mettere te stessa – le tue ragioni i tuoi bisogni i tuoi sentimenti la tua felicità – dietro alle ragioni ai bisogni ai sentimenti alla felicità degli altri. è sentirti responsabile rispetto a loro. è sforzarti – sempre e comunque – di comprendere, giustificare, perdonare, dimenticare; e sentirti una persona orrenda se non riesci a farlo, se provi rabbia e rancore, se non hai più stima nè fiducia in qualcuno.

autolesionismo è sedere in una pizzeria, un paio d’ore prima del concerto dei teenage fanclub. e renderti conto. in una fulminea, amara epifania. di non credere quasi più nell’amicizia. di non credere quasi più nell’amore. ogni uomo è un’isola, alla fine?

oggi.
mi guardo allo specchio, mi guardo nel cuore.
e penso dio, che spreco.

mi guardo alle spalle, anche. e vedo una decina d’anni trascorsi a percorrere sentieri davvero troppo simili tra loro; a ripetere gli stessi errori, raccontare le stesse emozioni e gli stessi rimpianti.
e sono stanca.
così. tanto. stanca.

ho bisogno di una strada che sia davvero diversa.
e prego di avere fantasia e coraggio e voglia e forza per saperla inventare. e costruire. e camminare. fin da adesso. senza farmi più del male.

[mi accarezzo le cicatrici sulle braccia, e mi sento serena. sono solo ricordi lontani - nient'altro. e forse è un pensiero idiota. ma mi chiedo come sarebbe la mia vita; e come sarei io. con un po' di cicatrici in più. e tante -inutili?- sofferenze in meno]

[questo post è uscito fuori troppo personale.
e probabilmente sicuramente solo io lo capisco per davvero.
ma alla fine, chissenefrega?]

















milano, 3. 12. 2005 – wolf parade (*)

[sul concerto, enzo, marina e teo]

[nb. le foto piccole sono ingrandibili]

















milano, 3. 12. 2005 – we are scientists (*)

[no. niente.
solo che.
in questi giorni non ho molta voglia di scrivere reports di concerti.
mi limito a metter su foto.
e a rimpiangere che tra il merchandising dei we are scientists - se esisteva - non ci fosse questa meravigliosa maglietta. un must per ogni gattofilo che si rispetti]

[nb. le foto piccole sono ingrandibili]
















bologna, 2. 12. 2005 – the go! team (*)

in continuo movimento. divertenti spumeggianti energizzanti. belli da ascoltare e da guardare, coi loro sorrisi che gridano gioia – la gioia della musica.
ed è vero che di spessore non ce n’è granchè.
ma i go! team sono davvero bravi.
anche a spazzarti via di dosso ogni malumore, ogni malinconia.
non è mica poco.

[le parole di maxcar, valido, inkiostro e marina; le foto di nin-com-pop]
















bologna, 2. 12. 2005 – her space holiday (*)

[notare il calzino in cui è immerso il microfono]
















“you can leave your hat on”

[sì ok. ma quale?]

hats contest!

numero uno.
un favoloso cappello di lana acquistato a una bancarella dell’usato, a viareggio. è caldo. protegge dalla pioggia e da qualsiasi intemperia ambientale. è dotato di un fantastico pon pon che mentre camminate dondola – leggero e piacevole – sulla vostra testa, seguendo i vostri movimenti. può anche improvvisarsi intrattenimento per amici particolarmente fastidiosi, che giocherelleranno col pon pon finchè non li minaccerete di prenderli a calci.

numero due.
un cappello molto frivolo e malizioso – complici i ciuffetti di stoffa che si allungano ad incorniciare il volto come tanti riccioli tirabaci. dalla linea essenziale che richiama alla mente la raffinatezza degli anni venti, sembra pensato per attirare l’attenzione sul vostro sguardo – ed esaltarne intensità e profondità. un unico accorgimento: per indossarlo è preferibile lisciarsi preventivamente i capelli (ove ce ne fosse bisogno).

numero tre.
impreziosito dalla sciarpa coordinata, un cappello estremamente versatile: sportivo ed elegante al tempo stesso, leggero ma solido, illumina con i suoi colori freschi e delicati anche le giornate più buie e rigide. un vero e proprio raggio di sole; un accessorio di indubbio stile, a cui è assolutamente impossibile rinunciare.
[in questa foto potete ammirare il cappello numero tre indossato da una fortunata fanciulla: osservate come riesce a ravvivare anche i coloriti più spenti]

numero quattro.
noto agli appassionati del settore per la sua scarsa fotogenicità, questo cappello vi si rivelerà in tutto il suo splendore solo una volta che lo avrete infilato. può essere indossato in molti modi diversi, assecondando l’estro e l’umore del momento; morbido e caldo, si propone come fedele compagno per tutto l’inverno – per ogni inverno della vostra vita. a ricordarvi, una volta di più, che fin troppo spesso nella vita non tutto ciò che è oro luccica. un cappello etico, si potrebbe dire infine.

numero cinque.
a concludere questa nostra carrellata, un cappello acquistato in un grande magazzino bolognese, prevalentemente in virtù della sua piacevolezza cromatica. molto gradevole sia alla vista che al tatto, è un capo d’abbigliamento a suo modo importante, che richiede una certa attenzione nella scelta dei possibili abbinamenti – di colore, di stile. di sicuro effetto in un contesto di look total black, per la sua capacità di interpretare la luce in modi davvero sorprendenti e mai banali, è un cappello forse non molto semplice, ma che può regalarvi sicure soddisfazioni. come nel caso del cappello numero due, è consigliabile indossarlo solo quando si portano i capelli lisci.

[volendo dirla tutta, ci sarebbe anche un sesto cappello che giace nel mio armadio da dieci mesi e mezzo. ma in tutto questo tempo me lo sarò messo sì e no due volte. in più non ho una grossa simpatia per i numeri pari. quindi boh. a meno di una sollevazione popolare, questa gara di cappelli è destinata a rimanere una gara a cinque]

[ah. in tutto ciò, penso risulti evidente che sono irrimediabilmente in fissa per i cappelli]