milano, 22. 2. 2006 – clap your hands say yeah (*)

la verità è che alla fine io li amo, i clap your hands say yeah.

e come potrebbe essere altrimenti?

il loro disco per me è l’essenza dell’estate.
niente a che vedere con le giornate umide e afose – orizzonte liquido e aria che ti si appiccica addosso – nè con le piogge indecise che fanno ribollire la terra: perchè l’estate è il sole che ti accarezza la pelle e ti fa brillare gli occhi e ti arrossa gentile le guance; è l’azzurro intenso del cielo del mattino, la brezza fresca della sera; è il canto dei grilli nelle notti splendenti di stelle. è una valanga di sorrisi che ti sbocciano nel cuore, e a cui non puoi e non vuoi resistere. è sentirsi leggeri; e ricordare quanto anche la vita, in fondo, lo sia.

tutto questo, dalla prima volta che ho ascoltato una loro canzone.
ma in particolare da una notte bolognese di metà luglio. con la musica che ti prende per mano, e lava via ogni tristezza – per quanto dolente e profonda essa sia.

e insomma.
è successo che io gli ho voluto bene, al loro concerto milanese. anche se alec ounsworth è davvero antipatico, e se la tira manco fosse la più grande rockstar del pianeta; anche se hanno bruciato troppo presto the skin of my yellow country teeth, forse; anche se me li aspettavo divertiti e sorridenti e pieni di energia, ed erano stanchi e per niente discorsivi; anche se dopo upon this tidal wave of young blood non sono tornati sul palco, cancellando i tre bis che erano previsti.
gli ho voluto bene per i sorrisi radiosi e i saltelli da bambino felice e i thank you, we’re so glad to be here timidi e sottovoce di robbie guertin; per la scaletta scritta sui tovaglioli di carta arancione della pizza; perchè secondo me hanno suonato bene – non erano piatti, gli mancava giusto un po’ di grinta – ; perchè non deve essere sempre così facile gestirsi, quando nel giro di pochi mesi passi dal quasi totale anonimato a un tour mondiale, e ti trovi a suonare migliaia di chilometri e un oceano lontano da casa, e fuori dal locale c’è pure un banchetto con le tue magliette taroccate – ricamate a mano (sic!) per la precisione.

ecco.
spero di sentirli di nuovo, presto.

[doverosa menzione, poi, per i dr. dog: molto bravi, alcune belle canzoni e una simpatia contagiosa. il loro easy beat suona un po' meno immediato e vitale del live; ma direi che vale abbastanza la pena ascoltarlo]

[per le foto un grazie a paso, che mi ha prestato la sua macchina fotografica. come si può notare, non la so usare granchè. ma vabeh]
















al concerto milanese dei devics, dustin o’halloran aveva accennato a una recensione di push the heart che lo aveva parecchio intristito – la peggiore che lui e sara lov avessero mai ricevuto. la recensione in questione è apparsa sull’ultimo numero di rolling stone italia, ed è firmata nientepopodimenochè da valeria rusconi, responsabile dei contenuti musicali della rivista. io rolling stone non lo compro. troppo patinato, troppo finto, troppa pubblicità e davvero troppo pochi contenuti – perlomeno, per i miei gusti. ma ero curiosa di leggere questa benedetta recensione. per cui mercoledì scorso, alle messaggerie musicali di milano, ho preso in mano una copia del giornale; l’ho sfogliato; e ho fatto una foto al pezzo incriminato.
eccolo qui:

i devics sono una delle realtà indie pop più consolidate e, non poteva essere diversamente, amate dai giovani indie fan. il che significa che i loro dischi sono stipati di canzoni acustiche dall’andamento malinconico e vagamente depresso dove, naturalmente, la voce della cantante sara lov è educatamente suadente e mai sopra le righe (ci mancherebbe). push the heart è esattamente quello che ci si può aspettare da questo duo (l’altra metà è dustin o’halloran) ed esattamente quello che, da 10 anni a questa parte, i devics hanno proposto al pubblico. immaginari come “imponente meditazione sull’amore perduto” o “calanti accordi di chitarra che raccontano di oscuri misteri” possono rendere bene l’idea della musica contenuta in questo ennesimo sforzo discografico. per tutti i non fan, questo significa che dopo i primi tre brani si comincia a pensare a cose più serie, a farsi distrarre dai granelli di polvere che ricoprono i mobili e via dicendo. nel disco, qui e là, si sentono gli interventi di pall jenkins dei bravi black heart procession, cosa che fa languire ancora di più il cuore all’idea di quanto, loro sì, comunicassero il vero “oscuro mistero”. e se si dice che i devics siano i migliori derivati di gruppi come mazzy star o portishead, noi possiamo invece replicare che a loro manca l’estasi malata dei primi e la cupa inquietudine dei secondi. il che, a tutto dire, ci lascia qui, inerti, a fissare i granelli di polvere. con quell’unica, temibile compagna chiamata noia.

[la foto qui]

devo ammettere che leggerlo ha intristito anche me.
e non è tanto – o non solo – perchè *da brava indie fan* amo la musica dei devics, e push the heart mi sembra davvero molto bello: è che mi dà fastidio la cattiveria strisciante che pervade la recensione – il disprezzo sottile che emerge da ogni parola.
spero di non essere la sola a pensarla così.

[e, per inciso: sono in tale disaccordo con questa triste recensione che tra un mesetto torno a sentirli suonare, i devics. perchè ciò che valeria rusconi chiama noia, io chiamo intensità - intensità che emoziona. e mi fa splendere ogni volta di mille piccoli brividi]
















un omaggio allo squisito ospite milanese
e a una dei suoi due splendidi gatti

[dopo il concerto deludente e senz'anima dei death cab for cutie, e quello divertente e ben suonato di dr. dog e clap your hands say yeah - ma io non condivido le parole entusiastiche di fabio de luca, specialmente per la cancellazione dei bis - ecco, dopo tutto questo stasera tocca a laura veirs. e poi? beh. e poi si torna a casa]
















tonite you will all die
[cit.]

bologna, 17. 2. 2006 – piano magic (*)
















milano, 16. 2. 2006 – devics (*)

non credo che le parole siano in grado di raccontare ogni emozione; dar loro vita di nuovo una volta che si sono librate nell’aria, leggere come profumo – farle palpitare nel respiro altrui.

per esempio,

la musica che ti sfiora la pelle esitante e pudica, per poi sciogliersi in una carezza delicata – in un brivido lungo * una voce limpida che splende nel buio, luminosa e irradiante – così intensa e pura e vera che il tuo sguardo si fa liquido, e sorridi, e ti sembra di brillare un pochino anche tu * la grazia infinita di oggetti piccoli e quotidiani – le corde di metallo di una chitarra, un megafono rosso che scintilla di paillettes, le lamine d’acciaio di un glockenspiel * e i suoni che si intrecciano, e ridisegnano il mondo attorno a te – come immergersi in un sogno; come se il tempo scivolasse sereno al tuo fianco

ecco, cose così come fai a dirle?

forse, puoi solo cercare di tenerle strette a te.
negli occhi.
e nel cuore.
















non potete esservi dimenticati di lui.
ox è stato molto presente sulle pagine di questo blog: a partire da questo post, passando per questo, questo, questo – e forse anche altri, non ricordo – fino alla stupidità estrema di questo, che decretava il tramonto della sua stella a favore del più baldanzoso e incazzoso pinguino badtz maru.
credevo fosse uscito per sempre dalla mia vita; quando ecco che fa capolino dalla vetrina di un negozio, e mi viene regalato dentro un pacchetto di carta velina gialla.
ed è di nuovo amore – come fuoco sopito sotto la cenere, ma mai spento per davvero.

e tuttavia, pur all’apice della felicità per aver ritrovato il mio mostricino verde, già mi struggo di sospiri per un nuovo, meraviglioso oggetto del desiderio: orange kitty.
non è che io sia frivola.
è che.
come si fa a resistere a un musetto così?

[lo so. è un post parecchio scemo. ma ogni tanto ci vuole]
















i’m really trying to shine here
i’m really trying

[the national - karen]

per quanto tempo si può indugiare – occhi socchiusi, piccoli passi delicati – persi in una nuvola di nebbia fitta?

percepire appena il profilo del proprio corpo, i colori dei propri sentimenti;
e lasciare che si sciolgano gli uni nell’altro,
confusi e indistinti,
senza curarsi di niente – se non del proprio respiro.

è una sensazione strana.
non ho voglia di pensare. non ho voglia di vedere.
voglio solo che questa nebbia gentile mi accarezzi ancora un po’, e smussi ogni angolo, e addolcisca ogni suono intorno a me.
come un abbraccio.
ancora.
un po’.
















bologna, 11. 2. 2006 – julie’s haircut (*)

[questa foto mi sta facendo impazzire. non ne vengo a capo. sembra che l'oscurità alle spalle di luca g assorba lentamente i colori - e ne assorbe un po' di più ogni volta che la guardo.
altro che afterdark.
ad ogni modo.
qui una versione leggermente virata al rosso.
non escludo ne seguano altre]
















“as if they were photosynthetic,
cats seem to naturally gravitate to sunlight”

[e se qualcuno ancora si chiedesse se per caso io sia innamorata della mia gatta,
la risposta è una e una sola:
certo. che. sì ]
















ce l’hanno tutti con noi perchè siamo piccoli e neri! [cit.]

dalla recensione di after dark, my sweet, l’ultimo disco dei julie’s haircut, sul numero di febbraio del mucchio:

“i julie’s haircut sono diventati negli anni, non certo per colpa loro, uno dei gruppi bandiera dell’indiepop italiota, quel pestilenziale sottomondo fatto di bloggers-so-tutto-io, presenzialisti ricoperti di spillette e altre anime perse con la loro borsa a tracolla tra gli stand del mei. eppure quello dei ragazzi di sassuolo è sempre stato un immaginario rock vecchio stampo, più vicino al suono indipendente anno ‘80 che alle estetiche popparole che dettano legge nell’indie così come lo conosciamo oggi”

[carlo bordone, pagina trentotto - l'intera recensione qui]

ora. io ho un blog. io adoro l’indiepop. io ho una piccola borsa che porto quasi sempre a tracolla. io ho tante spillette. io lo scorso novembre sono stata al mei – per la prima volta nella mia vita, tra l’altro. è una cosa grave? mi devo sentire in colpa?
sarebbe bello riuscire a capire le origini di tanto astio.
















bologna, 25. 1. 2006
manuel agnelli + enrico gabrielli @ magazzeno bis

lo scorso venticinque gennaio magazzeno bis ha ospitato nel suo piccolo studio manuel agnelli ed enrico gabrielli – il geniale folletto polistrumentista dei mariposa. mi è dispiaciuto non poter essere a bologna quel giorno: un po’ perchè al seguito di agnelli c’erano la fidanzata e la loro bambina – che mi si dice essere davvero uno splendore – ; un po’ perchè pare che i presenti abbiano assistito ad un ottimo live, con marco parente e marco iacampo (aka goodmorningboy) co-protagonisti di una versione a quattro voci di neve ridens; un po’ perchè mi incuriosiva osservare l’inedita interazione tra agnelli e gabrielli – che in queste settimane sta suonando insieme agli afterhours, nel loro tour europeo: e potrebbe trattarsi di un sodalizio destinato a durare, chissà.
la buona notizia è che molto presto la puntata sarà scaricabile dall’archivio di magazzeno bis – archivio che custodisce tutti gli episodi andati in onda finora.

e infine, in attesa di ascoltare gli afterhours dal vivo, una chicca per gli appassionati:

afterhours – live @ eurosonic [groningen, 12. 1. 2006]

[mille grazie a paso per le foto]

[vi ricordo che di questa puntata di magazzeno bis aveva scritto anche valido]
















[another day in paradise?]

di fronte a cose come questa a me viene un po’ da ridere.
non voglio mancare di rispetto a chi crede; ma, davvero, è più forte di me.
qui un primo piano della targa indulgente.

[notare che nel milleottocentosettantacinque è stato necessario sostituire la prima croce, *consunta* nei suoi vent'anni di vita da troppi baci devoti]
















[l'immagine in versione gif animata qui]

prima di scoprire la comica e gloriosa pagina di jack, la mia esistenza scorreva perfettamente parallela a quella di myspace, nella più totale e serafica indifferenza reciproca. ma dopo aver letto la meravigliosa biografia del nostro security man preferito ho capito che anche io volevo far parte di quel mondo; con l’unico, vero scopo di diventare sua amica.
mi ci è voluto più di un mese per decidermi ad aprire sul serio il mio myspace; ma jack non mi ha degnata della minima attenzione. chissà, forse la foto che ho messo è davvero troppo twee per un uomo duro e poco incline alle frivolezze come lui.

la mia micia luna, invece, continua ad accumulare amici.
perchè, per chi ancora non lo sapesse, sì: anche luna ha il suo myspace.
un pomeriggio, qualcuno mi ha suggerito l’idea.
e una gattara [cit.] come me poteva forse resistere a tale tentazione?
le cose, però, non sono andate esattamente come avevo immaginato.
credevo che fosse una cosa originale.
che ci fossero pochissimi gatti a colorare il mondo di myspace.
e invece.
myspace è letteralmente *infestato* da migliaia e migliaia e migliaia di felini.
che non fanno altro che lasciarsi messaggi l’un l’altro, farsi i complimenti a vicenda, scriversi mail sugli argomenti più disparati – appelli per salvare gatti abbandonati, ricerca di genitori per micini appena nati, domande su libri preferiti e giochi nuovi imparati di recente, massime di saggezza felina, eccetera. la micia miwa si è addirittura messa in testa di dar vita a una kittenband – che ha già il proprio myspace, ovviamente. a quanto pare luna suonerà il basso. in fondo che c’è di strano? i superfallingstars sono un gruppo vero, e per loro stessa ammissione hanno un gatto come bassista e vocalist.

se vi sentite esterrefatti, sappiate che hanno il loro personale myspace anche un kiwi, un pezzo di lego, una confezione di mostarda, un improbabile canguro musicista, un biscotto, una fetta di groviera, un grattaformaggio, il mostro di lochness, una bistecca, e così via all’infinito – probabilmente.

devo ammettere che tutto questo mi fa parecchio sorridere, ma mi lascia anche parecchio basita; e non so quanto abbia davvero a che fare con quanto è scritto qui o con quanto si è detto, ad esempio, qui e qui.
e alla fine, nemmeno io so bene cosa pensare.