milano, 21. 2. 2006 – death cab for cutie (*)
guidando verso casa – plans che suona nel lettore cd.
il cielo grigio. la pioggia e la grandine che ticchettano insistenti sul vetro della macchina; e i tergicristallo che le spingono via in piccole onde rapide e decise.
d’un tratto penso che non esistano luogo e situazione migliore di questa, per me, per ascoltare un disco dei death cab for cutie.
una macchina che si muove pigra sotto la pioggia battente.
microcosmo di suoni ovattati e atmosfere delicate – i vetri che si appannano piano, e con loro il mondo fuori – e io sospesa in questa dimensione che ha una densità tutta mia – energia che scorre rarefatta, pensieri ed emozioni che nuotano docili – sogno gentile dei colori gentili del crepuscolo.
non ricordo di aver avuto aspettative.
nessuna aspettativa.
non mi aspettavo niente, io, dal concerto dei death cab for cutie.
solo, mi sembrava impossibile non esserci.
e non so.
sarà stata colpa della pioggia sottile, dell’asfalto così umido che pareva scintillare. se ho creduto di ascoltare un gruppo che non conoscevo. che non ho riconosciuto. che non ho sentito mio.
sarà merito della pioggia di oggi. se delusione e senso di non appartenenza e familiarità tradita e ricordi e – bum-bu-bum – battiti del cuore si intrecciano e confondono in me. restituendomi mille e ancora mille immagini. che alla fine mi fanno sorridere.
fermata della metropolitana bande nere.
via besenzanica che è qualche centimetro fuori dalla nostra cartina.
le indicazioni di tre tipi sulla soglia di un bar.
camminare veloci lungo strade bagnate.
fuori dal rainbow, un capannello di persone.
la cena – cosa mangiamo, per cena?
un uomo totemico (chi c’era, sa perchè).
il tour manager che ci dice di non infastidire la band, quando passa.
la band che passa, e nessuno che li infastidisce.
tagliare panini con la punta delle dita.
rossano lo mele con una splendida spilletta degli shins sul bavero del cappotto.
molte chiacchiere; molti volti che ti sembra di aver già visto altrove.
le porte che si aprono.
la consistenza appiccicosa del pavimento appena sotto le transenne.
john vanderslice che inizia a suonare.
la sala che si riempie.
i death cab for cutie che salgono sul palco.
un mare di ragazzetti che sembra avere voglia solo di pogare, fare le corna da metallaro, fare le corna e basta.
un ben gibbard senza occhiali che non fa altro che muoversi, incessantemente.
[ben gibbard and il moto perpetuo]
la sensazione di essere nel posto sbagliato; che la musica che senti suoni nel modo sbagliato.
una soul meets body che detesti fin dal primo secondo; e poi, a un metro da te, ecco puntuale partire un coro di paraaaappaaraapppaaapppppaaaaaa belati all’unisono: una roba che ti viene quasi da piangere – e non certo di commozione.
una gran bella scaletta che scorre via sprecata.
e nessun brivido, nessuna vera emozione.
fitte di nostalgia e delusione.
ben gibbard che prende a calci un amplificatore; ben gibbard che suda disperatamente.
i ragazzetti con scritto in faccia voglio pogare che pogano – e se te li togli di dosso, ti guardano con aria sinceramente basita e ti dicono ma siamo a un concerto.
jason mcgerr che picchia duro sulla batteria; e volumi così alti che a un certo punto inizia a friggerti un orecchio.
la fine del set.
ben gibbard che torna, da solo, sul palco; e abbraccia una chitarra, e canta i will follow you into the dark.
io che mi guardo intorno; e qualcuno ancora poga, qualcuno continua a fare le corna con convinzione davvero ammirevole, qualcuno grida degli yeeeeah leggermente fuori luogo.
e poi transatlanticism, e il gruppo finalmente rilassato.
forse è un caso che i due bis mi sembrino i momenti migliori del concerto; forse no.
un concerto senz’anima, quasi.
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eppure. attraverso vie che non so immaginare. capita una giornata di pioggia. e il cuore si riempie di nuovo di colori, nell’ascoltare la loro musica.
colori, che colorano i ricordi..
[chris walla and nick harmer]