in my sweetest dreams
i would go
out for a walk

[la micia luna che si affaccia curiosa su via zamboni]
















.. e finalmente, dopo due anni di vorrei ma non posso..

hey ho, let’s go!

[ nel frattempo. stasera i picastro. e lunedì le organ ]
















sam:  you don’t like raisins?
joon:  not really.
sam:  why?
joon:  they used to be fat and juicy and now they’re twisted.
          they had their lives stolen.
          well, they taste sweet, but really they’re just humiliated grapes.
          i can’t say i am a big supporter of the raisin council.

[da benny & joon]

[[ oggi sentivo il bisogno di prendere posizione rispetto all'uva passa ]]
















[[ geometria solido-esistenziale ]]

le persone sono un po’ come dei grossi poliedri.
molte facce.
tanti spigoli.
un aspetto diverso a seconda della prospettiva da cui le guardi.

quanto sarebbe bello, invece, assomigliare a delle sfere.
lisce e affidabili e coerenti; sicure e rassicuranti.
forse, fermandosi a guardare dietro sè, non si proverebbe quella sensazione così amara e struggente – la sensazione che colora la domanda come è possibile che gli abbia voluto bene?, ogni volta che affiora in un cuore.

[sì. questo post è legato da stretta parentela a questo qua]
















bologna, 14. 4. 2006 – tender forever (*)

devo ammettere che fino a un paio di giorni fa melanie valera non mi ispirava molta simpatia; e il suo disco l’avevo trovato carino, sì, ma niente di più.

poi.

poi c’è stato venerdì sera: un irresistibile folletto emo sul palco del covo, e un concerto travolgente – energia, energia, energia; e tanta gioia di vivere.
poi c’è stato questo post.

ed ecco.
poi come si fa a non pensare che questa fanciulla sia semplicemente adorabile?
















[ lascia che il blu si sciolga nell'acqua
e colori il mare ]

ravenna, 13. 4. 2006 – cristina donà (*)

io.
adoro.
adoro.
adoro.
questa.
donna.

ecco.

[la foto più grande qui]
















[ towards losing my badge #7 ]

forse voler bene a un djset non è del tutto normale.
ma è così che mi sento rispetto a losing my badge – affezionata come a un caro amico.
la musica più bella del mondo; le bolle di sapone e le maracas; i sorrisi. il solo pensarci fa bene al cuore.

è giunta voce che quello di domani sarà l’ultimo losing my badge: l’ultimo in assoluto, non solo della stagione.
e anche se da queste parti si spera un pochino in un’eccezione per l’aftershow dei suburban kids with biblical names, c’è una cosa che tenevo davvero a dire.
e cioè.
grazie.































[e come può il mio amore essere limpido
se è la mia nazione che lo inquina]

[essere stranieri morali
significa abitare in mondi morali diversi]

[[ c'è questa angoscia sottile che mi rimescola lo stomaco - questa delusione profonda e stizzita e incredula.
e così. poichè a me la soluzione dell'espatrio non piace proprio per niente. cerco di concentrarmi su cose indiscutibilmente belle e sane.
da qualche parte si deve pur trovare la forza per andare avanti. e continuare a credere che i propri ideali non sono spacciati, nel proprio paese.
ecco. ]]
















fine settimana un po’ così, denso di pensieri pesanti – la grettezza di certi animi umani è innata? è un prodotto ambientale e culturale? è contagiosa? è una condanna inappellabile? e, ancora più importante: esiste una percentuale di persone che ne è immune?
in un modo del tutto inaspettato, mi viene in soccorso soulseek.
come da prassi, sabato mattina sono immersa nei miei download ispirati da titolo accattivante. c’è un album. di un certo tinyfolk. che recita – lapalissiano, indiscutibile, e non per questo meno profondo – love doesn’t grow on trees. non resisto. lo scarico.
scopro che l’autore è un ventunenne, russ woods, che suona l’ukulele e registra le sue canzoni nella sua cameretta. scopro che qualcuno lo ha accostato a sufjan stevens – in particolare per questa canzone. ma soprattutto scopro che il tipo da cui sto scaricando love doesn’t grow on trees ha in share un’altra cosa sua: the cat album.
immagino sia scontato dire che ho scaricato anche quello.
trattasi di una serie di canzoni sui gatti, tutte più brevi di un minuto. tra strumenti giocattolo, stonature, asincronie, e un’estetica lo-fi spinta decisamente agli estremi, sarebbe opportuno coniare la definizione di hard twee per questo piccolo cd autoprodotto – realizzato in venti limitatissime copie.
e beh, che dire.
non credo che abbia un qualche valore, musicalmente parlando.
ma per quanto mi riguarda è già un oggetto di culto.
un po’ perchè mi ha restituito il buonumore. e un po’ perchè.. beh, scopritelo da soli:

tinyfolk – the cat album

in fondo l’ottimismo è una scelta. no?
















milano, 24. 2. 2006 – laura veirs (*)

[[ proprio non riesco a toglierla dal loop: laura veirs, cast a hook in me ]]

[[[dalla raccolta di prossima uscita the sound the hare heard, della kill rock stars]]]
















meow meow meow meow meow
[grandaddy - where i'm anymore]

un pomeriggio, da uno dei tanti scaffali della feltrinelli, si sprigiona un’ondata di attrazione irresistibile. si dirige dritta verso di me, che in quel momento sto passeggiando senza una meta precisa. e fa cadere il mio sguardo su questo libro. mi avvicino; lo prendo tra le mani; apro una pagina a caso. le prime due righe che leggo recitano

da evitare: le donne che si portano appresso le foto dei loro gatti.
sono casi disperati.

allora capisco che non si tratta affatto di casualità: quel libro mi ha riconosciuta e mi ha attirata a sè. per dirmi qualcosa come hey ele, lo sai di essere un caso disperato, vero?
beh. certo che lo so.
ho comprato una memory stick da un giga per la mia fotocamera digitale; e ho dedicato quella in dotazione – trentadue mega – alla mia gatta. solo. e. soltanto. foto. sue.
e mi spingo ancora oltre.
la micia luna ha un suo myspace. ha una propria pagina su catster. una parte del mio sito è tutta sua. ha anche un indirizzo email personale – un grazie, di cuore, a chi le ha scritto.
più disperato di così!

il fatto è che la mia gatta è parte di me; la me più innocente e trasparente e serena. e come la musica che amo, mi restituisce il senso più vero delle cose – mi restituisce a me stessa – ogni volta che mi sento perduta o triste o sola.
ogni giorno da tre anni – oggi.

e insomma sì, ecco, lo so: sono un caso disperato.
ma è talmente dolce esserlo.
















[[ un paio di jeans taglia trentotto nascosti in fondo a un cassetto.
all'inizio non li riconosci.
poi li prendi in mano, li spieghi.
e nella tua testa iniziano ad affiorare pensieri e immagini lontane.
un numero come parametro di confronto, come punto di riferimento. voler essere quei pantaloni. digiunare per settimane. rimodellare ogni desiderio, dargli la forma che deve avere. essere forte. sapere cosa vuoi. sentire in te un'energia così intensa da crederla inesauribile. essere in grado di rimediare ad ogni cedimento.
e poi, l'orgoglio e la sicurezza del controllo.
mentre accarezzi piano il cotone morbido dei jeans ti chiedi chi sia, chi sia stata questa persona di cui possiedi i ricordi.
in bilico tra incredulità e senso di estraneità, ripieghi i pantaloni - li seppellisci di nuovo sotto pigiami e magliette.
alla fine, sono la prova tangibile che la continuità dell'io non è altro che una costruzione mentale - un'illusione. o forse. semplicemente. che a volte il passato ci scopre cambiati.
meno perfetti, magari; e molto più felici. ]]

[ho il sospetto che ogni essere umano abbia in sè una quantità precisa e finita di ogni virtù.
se davvero è così. sono certa di aver terminato la mia scorta di determinazione e forza di volontà, io - la scorta di questa vita, e forse anche di tutta la prossima. ed ecco. è irritante rendersi conto di averla sprecata per motivi e in modi tanto stupidi]
















[ i'll place a kiss upon your lips
and i
won't let it dry ]

bologna, 1. 4. 2006 – ant (*)