[[ me and wittgenstein down the street by the schoolyard ]]
per scoprire il vero carciofo,
lo avevamo spogliato delle sue foglie
[ ludwig wittgenstein - ricerche filosofiche, § 164 ]
fondamentalmente sono sempre stata una grande rompiscatole, io.
una di quelle persone col vizio di farsi un mare di domande, e analizzare e sezionare e cercare di spiegare ogni cosa, collocarla in un contesto di senso, comprenderla.
come se in me ardesse una specie di fuoco sacro – il desiderio di capire, la necessità di dubitare – finivo per indossare in un solo giorno punti di vista e sguardi diversi, e rovesciare le situazioni più e più volte, ed esplorare le infinite possibili letture di me stessa – del mio passato, delle mie scelte, delle mie emozioni.
un pomeriggio di inzio estate, mentre preparavo uno dei miei primi esami di filosofia, quella piccola frase di ludwig wittgenstein mi trafisse come un lampo di luce; e mi ha tenuto compagnia per anni – ammonimento sorridente sullo sfondo del mio rovistare qua e là alla ricerca del significato.
mi ripeteva concetti del tipo ele, le cose si comprendono vivendole, mica tenendole a distanza e guardandole da fuori e sragionandoci sopra.
e io lo sapevo che era esattamente così; ma saperlo non mi rendeva diversa, in fondo.
un paio di giorni fa – chissà come, chissà perchè – mi sono ritrovata a pensare al paragrafo centosessantaquattro delle richerche filosofiche. e d’un tratto ho realizzato quanto sono cambiata, negli ultimi due anni; quanto sono cresciuta, forse.
non ho più questo dannato bisogno di saper leggere le cose e dare loro un senso; senza accorgermene ho imparato a sentirle, a viverle, ad amarle.
e rendermene conto mi fa un effetto strano – un brivido d’ansia che mi solletica la pelle.
mi sento leggera; ma è una leggerezza che odora di vuoto, di superficialità.
mi sento vulnerabile – inconsapevole e indifesa.
mi sento altro da me: come se avessi perso per strada interi pezzi di me stessa.
forse è questo il prezzo della felicità – scegliere di chiudere gli occhi, almeno ogni tanto.
o forse, più semplicemente, è solo che la reale dimensione dell’uomo è la mancanza.