[ fotografare mici per strada #2 ]

chi: cindy

dove: viareggio, via ugo foscolo, più o meno a metà dell’isolato tra via san martino e via verdi

quando: domenica ventotto gennaio, tra le 11.00 e le 11.45

segni particolari: affettuosa e socievole, così tanto che se fosse la mia gatta schiumerei dalla gelosia: basta accennare una carezza e inizia subito a fare le fusa.
ha una vocetta estremamente acuta e buffa, molto simpatica.
entra ed esce da casa tramite una porticina basculante; e ha a sua disposizione una piccola ciotola d’acqua per quando dovesse avere sete. niente pappa, però: quella è al sicuro dentro casa, al riparo da eventuali gatti pellegrini.
















[ infinite loop #2 ]

ballavo accanto a te
volevo andare a casa per le quattro
ma mi sono fermata fino alle sette
senza osare dire altro che ‘ciao’
sei piuttosto giovane, sono più grande di te
ma tu fumi, quindi direi che siamo più o meno pari

moriremo insieme io e te
moriremo insieme io e te
moriremo insieme io e te

ho scoperto dell’esistenza di un progetto di annika norlin parallelo a hello saferide grazie a questo post su swedesplease.
il progetto si chiama säkert!, e stavolta annika canta in svedese.
il disco è uscito per la razzia records circa due settimane fa; e vi kommer att dö samtidigt (in italiano, moriremo insieme) è una vera e propria meraviglia: più o meno inevitabilmente, per me è stato amore al primo ascolto.

grazie all’aiuto di david, ecco la traduzione di questa pagina, in cui annika scambia qualche chiacchiera con annika:

ciao annika norlin. dopo il successo monumentale con hello saferide fai uscire un nuovo lavoro con l’altro tuo progetto säkert!..
eh già.

capisco. e chi partecipa al disco?
henrik oja produce e suona chitarra, computer e un altro po’ di robe. mats hammarstròm e daniel berglund (entrambi degli isolation years) suonano chitarra, basso, pianoforte (mats) e batteria (daniel). lovisa nyström fa i cori. olle nigeus suona il clarinetto, thorbjörn näsbom il violino. e poi ci sono markus krunegård (laakso, hets) in det kommer bara leda till nåt ont, e martin hanberg (vapnet, sibiria, hospitalet) in sannigsdan.

ma annika. ti stava andando così bene all’estero, e adesso ti metti a fare un disco in svedese. sei idiota?
veramente ho sempre pensato che è un po’ da codardi scrivere in inglese, e ho sempre scritto anche in svedese. la differenza, oggi, sta nell’aver finalmente capito come devo cantare in svedese.

ovvero? stonando? in chiave sbagliata? sai, l’ho sentito, io, il disco..
non stonando, ma essendo spontanea, onesta. ho cercato di capire perché ci sono così pochi dischi in svedese che davvero amo – e soprattutto, perché tra quei pochi non ce n’è nemmeno uno fatto da una donna. e ho concluso che il motivo è che lo svedese suona un po’ troppo… perfettino. è tutto così chiaro, diretto quando si canta in svedese; ed è facile cadere nella tentazione di usare troppe parole eleganti o difficili, o di fare dell’ironia. in questo disco ho come tolto i paraocchi. mi sono data una regola: se arrossisco mentre canto vuol dire che va tutto bene. così, canto proprio come parlo, nel modo più semplice e autentico possibile; ho cercato di tagliare via tutto quello che mi sembrava troppo intelligente o artefatto. c’è il mio accento schiaffato lì, nelle canzoni, con le mie “L” troppo grasse; e le registrazioni non sono state editate per ripulirle.

suona un po’ dogma tutto questo. sai, i registi danesi e poi tu. sei diventata un’intellettualoide, per caso?
säkert! è il disco meno modaiolo che ti capiterà di ascoltare quest’anno! puoi ballare balli di coppia su tutte le tracce tranne due (stetoskop e det kommer bara leda till nåt ont), e quelli sono rimasugli del 1995, quando henrik è andato al festival di roskilde con il suo cappello da pescatore [in svedese beppemössa, letteralmente il cappello di beppe].

ma ascolta, è un disco abbastanza schizofrenico quindi.
siamo partiti dalle singole canzoni e dal suono che ognuna richiedeva. comunque penso che la maggior parte delle persone non ascoltino più i dischi dall’inizio alla fine, ma preferiscano sentire la musica in shuffle dal lettore mp3, quindi me ne frego anch’io. in ogni caso ho inserito degli ‘indizi’ qua e là nei pezzi per legarli un po’ insieme.

säkert! parla di te, vero? per forza: è in svedese. dio mio quanto sembri noiosa. e fattene una ragione: non ti chiamerà! [riferimento alla canzone du kanske var på holmön ]
no, in realtà non parla quasi mai di me. non mi hanno picchiata da bambina (come invece canto in och jag grät mig till sömns efter alla dar), e nessun vecchio compagno di classe deve sentirsi preso di mira quando io e martin ci mettiamo a svelare segreti in sanningsdan. ma allo stesso tempo è tutto molto vicino a me, alla mia vita: quando canto di andare da statoil a prendere la birra so perfettamente dove siamo, quando camminiamo nel bosco siamo a kalix.

in che modo säkert! è diverso da hello saferide?
säkert! è un disco più testardo, e richiederà un po’ più di tempo per entrarci. se dovessimo paragonare questi due dischi a dei parenti, hello saferide sarebbe la nipotina divertente che tutti vorrebbero avere vicina a tavola, mentre säkert! è più lo zio col muso.

e il nome?
all’inizio avevo pensato a läju!, che è la parola che usano dalle parti di jämtland per dichiarare la propria sfiducia [una sorta di equivalente italiano potrebbe essere come no..!]. per esempio:

x : jonas petterson è passato a prendermi con il suo epa(*) e ci siamo visti dirty dancing cinque volte di fila.
y : läju!

poi ho realizzato che nessuno, nel resto del paese, avrebbe mai capito cosa volesse dire läju!, e allora l’ho tradotto in svedese standard. ta-dam!

(*) un tipo di autotrattore che fa i 30km/h e che si può guidare dai 15 anni in poi. è il tipico mezzo di trasporto dei ragazzi di campagna del nord

ora io dico: ma quanto è buffa questa intervista?
e quanto è adorabile annika norlin?

* il primo singolo tratto dal disco, vi kommer att dö samtidigt, qui
* il video di vi kommer att dö samtidigt, qui o qui
* il blog di säkert! (rigorosamente in svedese) qui
* acquista il disco qui, o gli mp3 qui
* we’re going to die, la prima cover di vi kommer att dö samtidigt, qui
















bologna, 17. 02. 2007 – the decemberists (*)
















you always fall
for what you desire
or what you fear

quando si arriva ad ascoltare un disco per cento, centocinquanta volte – e oltre – ecco, probabilmente quel disco smette di essere un semplice oggetto su cui sono registrate delle canzoni, e diventa altro: una dimensione al tempo stesso concreta e liquida – che ogni volta che ci si immerge in essa è capace di parlarci, di svelarci qualcosa di noi stessi e del nostro mondo.

neon bible è un luogo inquieto e cupo – denso e scuro come il mare in certe notti d’inverno. forse non è pervaso dal lirismo intenso che tanto mi aveva fatto amare funeral, ma possiede un fascino particolare e irresistibile – l’intreccio indissolubile di disillusione e innocenza, di purezza e perdizione.
è un luogo fatto di frammenti di storie – fughe e maledizioni, inganni, delitti e castighi, incomprensione, incapacità di comunicare, desideri cui non si riesce a dar voce, e paura.
la paura di fare delle scelte, quando non ci si sente in grado di capire cosa è giusto, cosa vogliamo veramente (‘a vial of hope and a vial of pain in the light they both looked the same’); la necessità di liberarsi di tutto ciò che impedisce di essere pienamente se stessi (‘though the fear keeps me moving still my heart beats so slow’); il bisogno di qualcosa di vero in cui credere (‘i’m living in an age that calls darkness light’).
è un paesaggio sconsolato; eppure, a ben vedere, così pulsante di energia e passione – e di emozioni. emozioni che ti accarezzano la pelle, ti solleticano gli occhi, ti rimescolano lo stomaco. in no cars go in primis, ma anche in ogni altra canzone – in ogni singola nota.
è tutto così reale; così sincero; così vivo.
forse, alla fine, neon bible è una sorta di grande specchio nero: in cui cercare il proprio sguardo, senza orgoglio o vanità, per riuscire a guardarsi dentro. e trovare in se stessi la forza di camminare, giorno dopo giorno, in perenne bilico tra desiderio e paura.
e andare avanti. col sorriso nel cuore, sempre.

* tutti i testi e molto altro qui
* qualche notizia sulla realizzazione di neon bible qui
* le date del tour qui
* le splendide foto di kathryn yu (via)
* il concerto di oggi a new york si potrà ascoltare in streaming qui o via podcast da qui
* gli arcade fire ospiti al saturday night live, il 24 febbraio (via)
* la cover di the guns of brixton dei clash qui
* win butler on joe simpson
* il misterioso pamphlet distribuito ai concerti qui

* il concerto newyorkese di venerdì scorso in mp3, compresa la cover di gainsbourg, qui
* three nights with arcade fire still ain’t enough: ah, quanto condivido.

* tutti i video e tantissimi live degli arcade fire qui
















feline valentine!

[il mio unico regalo di sanvalentinoduemilasette]
[ovviamente da parte di micialuna, astuta cacciatrice]
[che me lo ha consegnato impettita, orgogliosa e ronfolante]

[son cose]

[primo piano del topastro, qui]
[il topastro & una minacciosissima micialuna, qui]
















[[ non so se già lo sapete.
ma per tutto domani, san valentino.
dal sito dei perturbazione.
sarà possibile scaricare, gratuitamente e in anteprima.
il primo singolo tratto dal loro nuovo album.
il disco si intitolerà pianissimo fortissimo.
ed uscirà il tredici aprile prossimo.
il singolo, invece, si chiama un anno in più.

un piccolo regalo.
per chi è innamorato.
e per chi no ]]
















bologna, 8. 02. 2007 – pelle carlberg (*)

onestamente, io pelle carlberg non avevo proprio idea di chi fosse, prima di un pomeriggio di dicembre del duemilacinque.
in autostrada, appena dopo l’entrata di casalecchio, infilo everything! now nello stereo, e iniziamo ad ascoltarlo: mentre la sera si trasforma in notte; e l’emilia in toscana; e l’appennino nella sottile pianura versiliese.
mi innamoro all’istante di a tasteless offer. e decido di odiare – ma con immensa simpatia, s’intende – summer of 69. in generale, comunque, il disco è molto bello; e finirò per amarlo sempre più, col passare del tempo.

giovedì scorso ho sentito mister carlberg suonare dal vivo.
ne avevo voglia. e lo aspettavo da mesi.
di vederlo su un palco, finalmente.

[sguardi buffi #1]

è stato un bel live.
sorridente, morbido, ironico.
la malinconia più cupa dipinta di mille colori pieni di luce; tanto che se non ci stai bene attento rischi di scambiarla per pura gioia, quasi.
e poi, molto ritmo e sguardi buffi e un fantastico gioco di piedi e un’atmosfera così piacevole – e le canzoni che scorrono via veloci, troppo veloci forse.
avrei voluto durasse di più.

[sguardi buffi #2]

infine, in ordine sparso:

# la curiosità: henrik nilsson, il bravo compare di pelle carlberg, oltre a suonare basso e tastiere, ha usato una valigia nera di medie dimensioni e un po’ consunta a mo’ di grancassa.

# la delusione: eravamo davvero in pochi, una quindicina scarsa – non credo di aver mai visto così poche persone ad un concerto – e questa è una cosa che a pensarci mi mette un po’ di tristezza. non che mi aspettassi una sala gremita. ma nemmeno questo, ecco.

# il mistero: ma esiste un’altra copia di everything!now con la famosa pallina color perla che scorrazza su e giù per quella specie di intercapedine/colonna vuota sulla sinistra del contenitore del cd (vedi qua)?
in quella che è arrivata a me, dalla svezia, non c’era.
in quella che ho visto esposta sugli scaffali di nannucci, non c’era.
in quelle al banchetto del merchandising, non c’era.
non può mica esisterne un unico esemplare al mondo.
cioè, almeno credo.
















bologna, 17. 11. 2006 – tunng (*)

[ sono passati quasi tre mesi, ormai, da quando ho ascoltato i tunng suonare sul palco del covo. le impressioni e le emozioni di allora non sono scolorite nel tempo; e resta il ricordo di un concerto divertente e divertito, molto solare e piacevole.
forse alla lunga le loro canzoni finiscono per diventare un po' piatte, almeno per me, e in qualche modo si assomigliano un pochino le une con le altre. ma loro sono davvero bravi. e poi suonano le conchiglie. e hanno un bellissimo uovo di legno, con una stella a cinque punte in rilievo. e insomma, in sostanza, gli si vuole bene ]

[[ qui la scaletta del live bolognese ]]
















paso went to london and all i got was this lousy review

esclusivo!
dal nostro inviato a londra!!
un mini – mini – reportage sul live degli arcade fire del trenta gennaio!!!

ci sono concerti e concerti.
anche tra quelli belli.
molti lasciano un ricordo piacevole, pochi però sei sicuro che te li porterai dietro per anni.
ecco, quello degli arcade fire a londra appartiene senza dubbio a questa categoria. sono pronto a scommetterci.
a qualche giorno di distanza, continuo ad averne flash improvvisi, ricordi che spuntano dal nulla e nei quali è favoloso indugiare.

che fosse una serata speciale lo si è capito fin dall’ingresso nella meravigliosa sala concerti – una chiesa sconsacrata situata nel centro di londra, tra westminster e st. james park -; e anzi, fin da prima, mentre insieme al resto del pubblico aspettavo l’apertura delle porte, incolonnato in un’ordinata fila indiana che seguiva la forma circolare dell’edificio. c’era questa trepidazione emozionata, nell’aria, così intensa da sembrare tangibile.
intanto, a sancire un sold-out annunciato da tempo, uno sparuto gruppetto di bagarini senza biglietti da vendere, che compravano e basta; vista la mala parata, prudentemente sono spariti nel giro di una decina di minuti per evitare figuracce.

poi, le porte che si aprono, e la fila che si riduce velocemente.
all’entrata nessuna lungaggine, nessuna perquisizione, nessun tipo di problema. peccato solo che mi ritirino l’intero biglietto. ma come, volevo tenerlo per ricordo..

una volta entrato, immediatamente ho avvertito e fatto mia l’atmosfera di elettrizzante attesa per l’inizio dello spettacolo. personalmente, non vedevo l’ora di scoprire la resa live dei pezzi nuovi – pezzi nei quali mi sono immerso come poche volte mi era capitato negli ultimi tempi.
prima che il concerto cominciasse, ho avuto il tempo di iscrivere sia me che – in absentia – la ele alla mailing list della band, in modo da ottenere un set di spillette in regalo per entrambi. semplice e indolore. ma ancora più facile è stato recuperare un paio di poster: ce n’era un mucchio appoggiato nella rientranza del muro sopra ai lavandini nel bagno degli uomini (in quello delle donne non so): bastava scendere le scale e servirsi.

così, il tempo scivola via veloce, finchè finalmente il concerto inizia. e lo fa in modo inaspettato e bellissimo, con la band che entra da un lato della sala e si ferma a metà strada per suonare wake up in mezzo alla gente: completamente acustica, con un megafono al posto del microfono, e il pubblico a fare i cori e battere le mani più o meno a tempo.
è una vera e propria ovazione a scena aperta. peccato solo non avere avuto il tempo di fare una foto; perché una volta capito cosa stava succedendo, tutti si sono alzati in piedi.
e ci sono rimasti, su invito di win butler, anche una volta che la band è salita sul palco. meglio così, nonostante la mia povera schiena (provata da una intera giornata passata a fare shopping discografico) la pensasse diversamente.

due parole di saluto, ed ecco keep the car running e black mirror; ed è subito chiaro che le emozioni forti stasera saranno protagoniste al pari dei musicisti.
detto fatto, inizia no cars go e dal niente sento crescere in me una ondata di gioia pura. sono senza fiato, senza parole, non riesco neanche a cantare, ho gli occhi lucidi.. è una canzone di una innocenza totale, di una gioia talmente ingenua che non può che prendere al cuore, di un entusiasmo che si vorrebbe vivere e vedere più spesso. quello della band, che canta in coro, salta, balla, suona come se fosse l’ultimo concerto della propria vita. e al centro di tutto c’è régine: un folletto, una bimba, una musicista impressionante. qualche sera fa la ele mi diceva che, pur senza averli mai visti dal vivo, è convinta che il perno intorno a cui ruotano gli arcade fire sia proprio lei – e ha ragione. certo, win è il leader carismatico, il performer intenso, ma régine è la gioia di vivere, la musica in persona.
te ne accorgi quando arriva il momento di haiti.
sapevo che l’avrebbero fatta, e mi chiedevo come mai proprio quella, e non altre canzoni di funeral. pochi secondi e la risposta è stata chiara: haiti è una festa, è la bellezza della vita (e della musica) che sa vincere anche i drammi più devastanti, tipo quello a cui il brano è ispirato. è il senso stesso dell’essere qui stasera.
da lì in poi, come si suol dire, è tutta discesa: i pezzi nuovi scorrono che è una meraviglia, in un muro di suono che è imponente come su disco – ma scevro delle cadute nel barocco-kitsch che in paio di occasioni lo appesantiscono.
e poi, rebellion: non ci sono parole, basta l’immagine di win che la canta in mezzo al pubblico, camminando sulle sedie.
si finisce con laika, ed è una meraviglia anche solo vedere richard che si agita come un ossesso con in mano due bacchette da batteria, e finisce a suonarle in mezzo alla gente.
manca qualcosa; manca tunnels. ma questo rende ancora più bella l’attesa della prossima volta che andrò – anzi, andremo: e sarà bellissimo – a vederli. perché a parigi la fate, vero?

quindi, con lo sguardo ebete di felicità, mi riunisco coi miei due colleghi, nonché connazionali, e rimaniamo un poco a parlare. gli racconto che in sala c’era gary lightbody degli snow patrol, e uno che assomigliava tanto a chris martin. non ero convinto che si trattasse proprio di lui: aveva un buffo berretto nero calato in testa, e anzi era vestito completamente di nero – sembrava una specie di puffo nero in reverse, a pensarci bene. nessuno se lo filava, nemmeno uno sguardo; da qui i miei dubbi sulla sua effettiva identità. ma alla fine era davvero lui, insieme a un gruppo di amici: per una sera non più rockstar ma semplice appassionato.
incontro i ragazzi che prendevano le iscrizioni alla mailing-list, mi faccio dare un po’ di adesivi e uno addirittura mi chiede se per favore posso prendere un altro set di spillette.. come dire di no?
a quel punto, è ora di andare a cena, finalmente. prima però tento di ritrovare la ragazza che strappava (via) i biglietti, per vedere se riesco a farmi restituire il mio, ora che il concerto è finito. niente da fare, è sparita.. pazienza. tanto – detto tra noi – il biglietto era proprio bruttino.
e comunque, ne sono certo, anche tra parecchi anni non avrò bisogno di alcun promemoria cartaceo per ritornare a questa sera, ché emozioni così rimangono viv(id)e nel tempo.

[grazie mille a paso]
















estemporanea (ma anche no)

ogni volta che mi metto a tamburellare la parte di batteria di no cars go, la mia gatta accorre; inizia a fare le fusa forte forte; e mi guarda socchiudendo gli occhi, palesemente soddisfatta e beata. io le sorrido, complice.
come dire: us kids know.
















forse sarebbe il caso di dirglielo, all’autunno.
che avrebbe dovuto sciogliersi nell’inverno quasi un mese e mezzo fa.
e che non sono sane, a febbraio, queste giornate di cielo azzurro e sole tiepido e brezza che ti accarezza la pelle – respirare a fondo, appena una felpa sopra la maglietta, e chiedersi quanto accidenti è lungo ottobre, quest’anno.

qualcuno dovrebbe fargli capire che indugiare fa male. che bisogna abbandonarsi allo scorrere del tempo, piuttosto che illudersi di poterlo ingannare.
abbandonarsi, e andare avanti.

andare avanti.

ma perchè è così difficile?
per me; e ultimamente anche per le stagioni, sembrerebbe.