ci sono concerti e concerti.
anche tra quelli belli.
molti lasciano un ricordo piacevole, pochi però sei sicuro che te li porterai dietro per anni.
ecco, quello degli arcade fire a londra appartiene senza dubbio a questa categoria. sono pronto a scommetterci.
a qualche giorno di distanza, continuo ad averne flash improvvisi, ricordi che spuntano dal nulla e nei quali è favoloso indugiare.
che fosse una serata speciale lo si è capito fin dall’ingresso nella meravigliosa sala concerti – una chiesa sconsacrata situata nel centro di londra, tra westminster e st. james park -; e anzi, fin da prima, mentre insieme al resto del pubblico aspettavo l’apertura delle porte, incolonnato in un’ordinata fila indiana che seguiva la forma circolare dell’edificio. c’era questa trepidazione emozionata, nell’aria, così intensa da sembrare tangibile.
intanto, a sancire un sold-out annunciato da tempo, uno sparuto gruppetto di bagarini senza biglietti da vendere, che compravano e basta; vista la mala parata, prudentemente sono spariti nel giro di una decina di minuti per evitare figuracce.
poi, le porte che si aprono, e la fila che si riduce velocemente.
all’entrata nessuna lungaggine, nessuna perquisizione, nessun tipo di problema. peccato solo che mi ritirino l’intero biglietto. ma come, volevo tenerlo per ricordo..
una volta entrato, immediatamente ho avvertito e fatto mia l’atmosfera di elettrizzante attesa per l’inizio dello spettacolo. personalmente, non vedevo l’ora di scoprire la resa live dei pezzi nuovi – pezzi nei quali mi sono immerso come poche volte mi era capitato negli ultimi tempi.
prima che il concerto cominciasse, ho avuto il tempo di iscrivere sia me che – in absentia – la ele alla mailing list della band, in modo da ottenere un set di spillette in regalo per entrambi. semplice e indolore. ma ancora più facile è stato recuperare un paio di poster: ce n’era un mucchio appoggiato nella rientranza del muro sopra ai lavandini nel bagno degli uomini (in quello delle donne non so): bastava scendere le scale e servirsi.
così, il tempo scivola via veloce, finchè finalmente il concerto inizia. e lo fa in modo inaspettato e bellissimo, con la band che entra da un lato della sala e si ferma a metà strada per suonare wake up in mezzo alla gente: completamente acustica, con un megafono al posto del microfono, e il pubblico a fare i cori e battere le mani più o meno a tempo.
è una vera e propria ovazione a scena aperta. peccato solo non avere avuto il tempo di fare una foto; perché una volta capito cosa stava succedendo, tutti si sono alzati in piedi.
e ci sono rimasti, su invito di win butler, anche una volta che la band è salita sul palco. meglio così, nonostante la mia povera schiena (provata da una intera giornata passata a fare shopping discografico) la pensasse diversamente.
due parole di saluto, ed ecco keep the car running e black mirror; ed è subito chiaro che le emozioni forti stasera saranno protagoniste al pari dei musicisti.
detto fatto, inizia no cars go e dal niente sento crescere in me una ondata di gioia pura. sono senza fiato, senza parole, non riesco neanche a cantare, ho gli occhi lucidi.. è una canzone di una innocenza totale, di una gioia talmente ingenua che non può che prendere al cuore, di un entusiasmo che si vorrebbe vivere e vedere più spesso. quello della band, che canta in coro, salta, balla, suona come se fosse l’ultimo concerto della propria vita. e al centro di tutto c’è régine: un folletto, una bimba, una musicista impressionante. qualche sera fa la ele mi diceva che, pur senza averli mai visti dal vivo, è convinta che il perno intorno a cui ruotano gli arcade fire sia proprio lei – e ha ragione. certo, win è il leader carismatico, il performer intenso, ma régine è la gioia di vivere, la musica in persona.
te ne accorgi quando arriva il momento di haiti.
sapevo che l’avrebbero fatta, e mi chiedevo come mai proprio quella, e non altre canzoni di funeral. pochi secondi e la risposta è stata chiara: haiti è una festa, è la bellezza della vita (e della musica) che sa vincere anche i drammi più devastanti, tipo quello a cui il brano è ispirato. è il senso stesso dell’essere qui stasera.
da lì in poi, come si suol dire, è tutta discesa: i pezzi nuovi scorrono che è una meraviglia, in un muro di suono che è imponente come su disco – ma scevro delle cadute nel barocco-kitsch che in paio di occasioni lo appesantiscono.
e poi, rebellion: non ci sono parole, basta l’immagine di win che la canta in mezzo al pubblico, camminando sulle sedie.
si finisce con laika, ed è una meraviglia anche solo vedere richard che si agita come un ossesso con in mano due bacchette da batteria, e finisce a suonarle in mezzo alla gente.
manca qualcosa; manca tunnels. ma questo rende ancora più bella l’attesa della prossima volta che andrò – anzi, andremo: e sarà bellissimo – a vederli. perché a parigi la fate, vero?
quindi, con lo sguardo ebete di felicità, mi riunisco coi miei due colleghi, nonché connazionali, e rimaniamo un poco a parlare. gli racconto che in sala c’era gary lightbody degli snow patrol, e uno che assomigliava tanto a chris martin. non ero convinto che si trattasse proprio di lui: aveva un buffo berretto nero calato in testa, e anzi era vestito completamente di nero – sembrava una specie di puffo nero in reverse, a pensarci bene. nessuno se lo filava, nemmeno uno sguardo; da qui i miei dubbi sulla sua effettiva identità. ma alla fine era davvero lui, insieme a un gruppo di amici: per una sera non più rockstar ma semplice appassionato.
incontro i ragazzi che prendevano le iscrizioni alla mailing-list, mi faccio dare un po’ di adesivi e uno addirittura mi chiede se per favore posso prendere un altro set di spillette.. come dire di no?
a quel punto, è ora di andare a cena, finalmente. prima però tento di ritrovare la ragazza che strappava (via) i biglietti, per vedere se riesco a farmi restituire il mio, ora che il concerto è finito. niente da fare, è sparita.. pazienza. tanto – detto tra noi – il biglietto era proprio bruttino.
e comunque, ne sono certo, anche tra parecchi anni non avrò bisogno di alcun promemoria cartaceo per ritornare a questa sera, ché emozioni così rimangono viv(id)e nel tempo.