

parigi, 19. 03. 2007 – bonnie ‘prince’ billy (*)
seduta su una poltroncina rossa nel mezzanin dell’olympia di parigi, guardo incantata régine chassagne che si muove sulle note di haiti. sto giusto pensando che non è affatto difficile credere alla storia semi-fantasiosa su come win butler si sarebbe innamorato di lei – semplicemente, dopo averla vista cantare in un concerto jazz all’università di montreal – quand’ecco che sento qualcosa di umido e caldo rotolarmi giù per le guance.
non sono la prima a dire che questa canzone costituisce uno dei momenti più emozionanti dei live degli arcade fire; ma non immaginavo che stavolta l’avrei vissuta in modo tanto intenso da ritrovarmi addirittura a piangere.
il fatto è che haiti, dal vivo, è una vera meraviglia.
un concentrato di poesia innocenza passione dolore bellezza entusiasmo, così puro e pulsante e sincero da ferirti il cuore – e travolgerti di gioia, nonostante tutto.
l’essenza di ciò che è la musica degli arcade fire, per me.
per il resto, un’infinità di immagini da custodire nella memoria – ricordi che nel tempo che passa diventano sempre più luminosi e sorridenti.
la lunga fila davanti all’olympia – senza ombrello, sotto una pioggia battente – solo il povero cappello svedese a proteggermi dall’altrimenti inevitabile inzuppamento totale. la trasferta parigina è stata inaspettatamente provante, per lui.
i bagarini alla disperata ricerca di biglietti da comprare.
velluto rosso ovunque.
il merchandising degli arcade fire che si conferma tra i più brutti della storia – all’incirca.
l’emozione nel salire le scale della sala concerti.
decidere che i malajube sono un gruppo un pochino emo-prog.
la delusione per il live delle electrelane.
e poi, finalmente, gli arcade fire che fanno il loro ingresso sul palco.
è stato un concerto molto bello e intenso. ma nervoso e teso, anche.
canzone dopo canzone appare evidente che win butler è un po’ giù di voce, e la cosa si nota in particolare in certi passaggi di my body is a cage.
tra ocean of noise e tunnels, poi, jeremy gara ha una specie di attacco d’ansia, e si rifugia nel backstage. tutti quanti sono visibilmente preoccupati. win corre a sua volta dietro le quinte, e torna poco dopo spiegando che he’s lying on his back with an oxygen mask on.
jeremy sarà nuovamente assieme al gruppo per i bis, ma nel frattempo la scaletta subisce delle variazioni: doveva essere così ed è stata cosà.
come se non bastasse, il live viene ripreso dalle telecamere di canal+, per uno special televisivo che potrebbe anche diventare un dvd: riusciamo a contare almeno sei cameramen, intorno alla band e davanti alle transenne.
win butler esplode alla fine di windowsill – un momento abbastanza appropriato, direi – e sfoga tutta la sua frustrazione fracassando la chitarra acustica contro un amplificatore. il gesto mi lascia inizialmente molto perplessa, per usare un eufemismo, ma col senno di poi è più che comprensibile: un paio di giorni dopo, com’è noto, il gruppo sarà costretto ad annullare le ultime nove date del tour europeo proprio per i problemi di salute di win – che nel suo diario online scrive un post intitolato, non a caso, heavy heart.
così, niente monaco e niente colonia nemmeno per me.
e non è cosa buona.
perché – ci credereste? – mi è venuta un’insana voglia di andare a new york.
* il microlive per la blogothèque, scaricabile qui e qui. breve ma splendido
* per chi vuole, qualche mio filmatino estremamente artigianale, qui
* la registrazione del concerto del venti marzo all’olympia sarà trasmessa da canal+ il prossimo cinque aprile, a partire dalle ventitré e trenta. chi è abbonato non se la perda! se poi fosse così gentile da registrarla, trasformarla in un file .avi e uploadarla da qualche parte – ecco, gliene saremmo eternamente grati
* bonus: calexico – ocean of noise (live) [via]
è una sensazione strana.
come essere gettati in una dimensione gommosa, nuotare in una forza di gravità che ti trascina a sé in correnti alterne e imprevedibili; come un lentissimo pugno nello stomaco – un pugno al rallentatore, dilatato in istanti senza fine – che ti strappa via ossigeno e senso.
un’implosione silenziosa e delicata, che all’improvviso si colora di ondate di dolore così intenso e totale; poi, di nuovo il niente.
ed ecco, in questo momento vorrei solo potermi accartocciare dolcemente su me stessa – sul mio mondo prezioso di affetti e cose belle. chiudere gli occhi. e tenere tutto ciò che amo stretto a me. più a lungo che posso.
on y va!
si parte, appunto.
bonnie ‘prince’ billy.
gli arcade fire.
le electrelane.
la primavera a parigi.
e poi, sulla strada del ritorno, ant e i le man avec les lunettes – sempre che il treno non sia troppo in ritardo, o la stanchezza troppo intensa.
a giovedì – o venerdì – prossimo!
e, a tutti, buona primavera.
la biblioteca del vero gattofilo #5
[ qualche pagina ogni tanto ]
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c’è stato un periodo della mia vita in cui ho creduto che avrei abitato a parigi per qualche mese. due, tre, quattro; forse di più, anche.
inevitabilmente, avrei portato con me micialuna.
così, con la testa piena di progetti e idee e ipotesi e sogni, appena lo vidi esposto in non ricordo quale negozio di non ricordo quale arrondissement, non potei fare a meno di comprare questo grazioso libricino.
alla fine, non sono mai andata a vivere a parigi. di più: non ci sono nemmeno mai tornata, dopo l’estate del duemilatré. almeno, fino ad oggi: perché tra un paio di giorni parto, e sarò di nuovo là dopo quasi quattro anni.
starò via davvero per poco, e ovviamente micialuna rimarrà a casa; ma quale momento migliore di questo, per presentarvi avoir un chat à paris?
* qualche riflessione preliminare
* un appartamento a misura di micio
* consigli per gli acquisti uno e due
* felinerie griffate!
* ‘et ron et ron, petit patapon!’
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oh my god
you’re wearing your lorenzo lamas again
[ hello saferide - nothing like you (when you're gone) ]
la sveglia che suona.
aprire gli occhi.
sedersi a gambe incrociate sul letto.
sbadigliare ancora assonnata.
sfilarsi la maglietta del pigiama.
pescare dal cassetto una t-shirt e una felpa.
lavarsi il viso.
fare colazione.
e così via.
ogni mattino.
i gesti quotidiani si muovono leggeri e impercettibili dentro di noi, sepolti sotto strati e strati di consuetudine; e scivolano via silenziosi e indifferenti, come se avessero una vita propria – indipendente da memoria e volontà e coscienza.
ma a volte un meccanismo microscopico rimane impigliato in un qualche angolo della mente; e d’un tratto un dettaglio si stacca dallo sfondo uniforme, e ritrova definitezza e colore, e scintilla più intenso di prima, anche.
stamattina ho indugiato un istante prima di infilare la t-shirt grigia e viola e blu che metto spesso dopo aver tolto il pigiama.
ho guardato la cucitura leggermente sdrucita del colletto.
ho guardato i minuscoli buchetti-da-unghie-di-gatto sparsi qua e là.
ho pensato un tempo questa maglietta apparteneva a qualcuno che amavo.
e mi sono scoperta immersa in uno strano senso di incredulità; nel disorientamento sottile di quando incontri qualcuno che dovresti conoscere bene, ma per il quale non provi nemmeno la più remota familiarità.
una fitta di malinconia, anche.
ami qualcuno, e lui ama te. pian piano il tuo armadio inizia a riempirsi di cose sue, che lui ti ha regalato perché vi sentiate più vicini. un maglione. una felpa. qualche t-shirt. la federa di un cuscino. pezzetti di lui e del suo amore per te.
finché un giorno il sentimento si spegne, e con lui la luce che pervade quelle cose. che col passare del tempo tornano a essere semplici oggetti qualsiasi: maglioni dimenticati in fondo a cassetti che non apri mai, magliette che usi soltanto in casa, magari quando cucini o fai le pulizie, perchè tanto chi se ne importa se si sporcano o si rovinano.
non è poi così importante che giorno dopo giorno abbia dimenticato di chi era questa sciocca t-shirt molto colorata e un pochino psichedelica. gli oggetti si infiammano spesso di improvvise passioni, che quasi sempre finiscono per scolorirsi; sono solo specchi dei nostri sentimenti, e ai nostri occhi vivono e muoiono insieme ad essi.
ma mi dispiace trovarmi a pensare, una volta di più, quanto possa essere incerta e fragile la presenza delle persone – anche e soprattutto di quelle che amiamo – nella nostra vita; quanto poco basti perché le distanze da infinitesimali diventino infinite.
e ci si perda.
senza nemmeno accorgersene.
[parallelismi]
è così che ogni goccia di me scava la tua schiena – lentamente
è così che ogni goccia di me scava la tua schiena – lentamente
[paolo benvegnù, la schiena, dal nuovo album ancora senza etichetta]
lui le accarezzò la spina dorsale da cima a fondo, un pezzetto alla volta, e per tutto il tempo che gli ci volle per farlo, il suo cervello rimase assolutamente in silenzio.
è a questi spazi vuoti che bisogna stare attenti, perché si riempiono di sentimenti prima ancora che uno si renda conto di cos’è successo; e che si ritrovi, arrivato in fondo alla spina dorsale di lei, diverso.
[aimee bender, da conoscersi, uno dei più bei racconti di creature ostinate]
[ funny kitty's got very sleepy eyes ]
* l’ emmepittrè di catnip dream qui
* il post grazie a cui ne ho scoperto l’esistenza qui
* la (presunta?) cover di jeff buckley qui
[ infinite loop #3 ]
in the gaps between words
are the things that really intrigue me
it’s the gasps and the sighs
that say more about what’s inside you
[maxïmo park - girls who play guitars]
è inutile nascondersi dietro a un dito: riguardo la possibilità di accedere a dischi che ancora non sono usciti, io sono decisamente una paraculata. così, è circa un mese che sto sentendo a ripetizione our earthly pleasures, il nuovo lavoro dei maxïmo park.
al primo ascolto ho pensato ok, è meno spigoloso del primo.
al terzo ascolto ho pensato ok, è meno intenso del primo.
al quinto ascolto ho pensato ok, però sono sempre loro, per fortuna.
al decimo ascolto ho pensato ok, alla fine è un disco della madonna.
ormai, settimana dopo settimana, ho perso il conto di quante volte l’ho messo su – in cuffia, nello stereo, in auto, infine anche al pc – ma so che il numero è molto, molto alto; ed ecco, penso che sono proprio una tossica. tossica e felice. e sorrido.
* ‘voci contro’: marina e nme
* tutto il disco nuovo qui (via)
* il jingle-pro-black*kitten-records di paul smith qui
[di come, a volte, le cose belle nascano per gioco]
- andiamo a londra a sentire gli arcade fire?
- quando?
- suonano tra fine gennaio e inizio febbraio.
- cavoli. magari!
- dai, andiamoci!
- uhm, tutti i concerti sono sold out da cinque minuti dopo che hanno messo in vendita i biglietti..
- ma io ci voglio andare!
- ele, non ci sono più biglietti.
- ma io ci voglio andare!
- ..
- dai, andiamoci!
- ..
- perchè non provi a sentire se *** ha qualche contatto?
- ci stavo pensando anche io..
- dai! magari puoi anche intervistarli.
- uhm. sai che non è per niente una cattiva idea?[skype, un paio di mesi fa]
alla fine, io non sono andata. ma qualcun altro sì.
e mi piace pensare. che senza quella conversazione lì sopra. non ci sarebbe stata nessuna intervista. e (di conseguenza) nemmeno questa splendida copertina:

[tre reloaded]
|love is a lie which means i’ve been lied to
love is a lie which means i’ve been lying too
love is a lie which means i’ve been lied to
love is a lie
i’ve got no one to call
in the middle of the night anymore
i’m just alone with these thoughts|
in verità,
non è che fosse proprio la parola amore a farle paura.
e nemmeno il concetto.
o il sentimento.
né ciò che significava, o comportava.
insomma, per essere precisi, l’amore in sé non c’entrava affatto.
il problema erano le persone.
il problema era tornare ad avere fiducia nelle persone.
il problema era quel qualcosa che si era come spezzato, dentro di lei.
lei ce lo aveva, qualcuno da chiamare nel cuore della notte.
qualcuno che, se la neve avesse ricoperto tutto il vicinato, sarebbe corso a scavare un tunnel fino alla sua finestra.
anche solo pensarlo era così dolce.
eppure c’era sempre quest’ombra di tristezza che le toglieva il fiato.
un’ansia sottile a venare ogni sorriso.
il non riuscire a lasciarsi andare.
come guarisce, un cuore avvolto di neve e di brina?
| maxïmo park – our velocity |