la black*kitten records esiste ormai da un anno; eppure solo adesso mi rendo conto che su questo blog non è mai stato reso omaggio all’altra metà felina dell’etichetta.
dopo un iniziale periodo di circospezione, con il tempo io e lui abbiamo avuto modo di conoscerci e apprezzarci; e siamo diventati grandissimi amici.
è quindi con immenso piacere che vi presento ufficialmente micio michael:

per usare le parole del suo beloved human:

è nero ma anche un po’ bianco, come michael jackson
ha gli occhi di due colori diversi, come david bowie
è ciccioso, come un gatto ciccioso

gli vogliamo un sacco di bene.
e giuro che se lo merita proprio tutto.
















un’altra piccola infornata di cose belle, da guardare, ascoltare e cantarci insieme, tutte live e tutte a stoccolma – a eccezione dei bishop allen, che suonano a new york.
via PSL, che è un vero peccato sia tutto in svedese.

# bishop allen – click click click click — qui e qui
# cats on fire – mesmer and reason — qui e qui
# the honeydrips – here comes the future — qui e qui
# vapnet – tjernobyl — qui e qui
# montt mardié – surprised — qui e qui

[bonus tamarro*] kristian anttila – tio — qui e qui

[*: chi era a emmaboda questa estate sa perché]
















sono giusto due mesi che ascolto the stage names; e non ho ancora deciso se lo amo di più, o di meno, o all’incirca con la stessa intensità di black sheep boy e down the river of golden dreams. di certo c’è che è un gran disco, che mi fa emozionare e sorridere e sentire viva; uno dei miei infinite loop di questo duemilasette, senza dubbio alcuno.
sono giusto due giorni, invece, che continuo a rimuginare su questa recensione – in particolare sull’immagine degli okkervil river come un prolungamento del cervello di will sheff. mi intristisce pensare a loro come a un insieme di comprimari che ruotano attorno a un leader pensante; e proprio non so cosa farci. per quanto, di fatto, la recensione sia decisamente positiva, e scritta da un ottimo giornalista – che peraltro questo gruppo qui lo ama molto.

come antidoto alle mie (sciocche) idiosincrasie e preoccupazioni, però, c’è il bonus disc allegato alla deluxe edition di the stage names: la versione demo di tutte le canzoni, così come erano nate nella mente di will sheff.
oltre a essere una cosa oggettivamente molto bella, dà la misura dell’importanza del gruppo nel rendere i pezzi di the stage names quello che sono:

okkervil river – solo demos for the stage names

# bonus: will sheff e il produttore brian betty che parlano del making of del disco, qui
# trivia!: tutte (o quasi?) le canzoni citate nel testo di plus ones, qui
















let’s get out of this country!
[corollario]

nel precedente post che recava lo stesso titolo di questo avevo dimenticato di menzionare un tratto caratteristico della mia attuale vocazione all’espatrio concertistico. ovvero, la (tragica) tendenza a seguire ovunque possibile gli stessi artisti, in una sorta di estatica ossessione-compulsione a cui è dolce sottostare.
un po’ come un’aspirante collezionista – ok, parigi e ferrara e lione e colonia e vienna e monaco e londra ce li ho, cos’altro potremmo aggiungere? – che nell’accumulare ricordi ed emozioni non si sazia affatto, ma anzi ogni volta vede il proprio desiderio crescere, e diventare sempre più fanatico.
con gli arcade fire la malattia è in fase apertamente conclamata; e riguardo gli shout out louds, ahimé, ho già un piede nella fossa. mi sto trattenendo dal pianificare alcunché rispetto agli okkervil river – ma forse è solo la speranza di un nutrito numero di date italiane che mi salva da questo ulteriore passo verso il baratro.

a questo punto, la vera domanda è: se ne esce?

[prima che il conto in banca si prosciughi, ovviamente]
















emmaboda, 28. 07. 2007 – shout out louds (*)
















let’s get out of this country!

dopo due anni e mezzo di intenso pendolarismo musicale da un lato all’altro dell’appennino tosco-emiliano – o, se si preferisce, dalla riviera versiliese a quella romagnola – il duemilasette vede prendere piede una nuova, inquietante tendenza: l’espatrio concertistico.
la francia, l’inghilterra, la svezia. domani l’austria. più avanti la germania, e poi di nuovo l’austria, e l’inghilterra, e così via. per non parlare del progetto – mai concretizzato, ma in cui avevo sperato seriamente – del tour di festival estivi nordeuropei.
in un evidente delirio pre-ferragostano, sono anche arrivata a ipotizzare una trasferta a trondheim (*), il ventitré novembre prossimo. ipotesi che tale è rimasta (complice il fatto che non esiste un volo diretto dall’italia); ma per qualche minuto confesso di averci pensato – anche perché il posto è talmente bello.
ad ogni modo.
domani, cinquecentocinquantacinque chilometri; e molti, molti altri ne macineremo ancora.
c’è qualcuno che conosco che sta tremando al pensiero di un possibile, futuro trend che preveda spostamenti transoceanici – in fin dei conti, è l’ultima frontiera rimasta da esplorare.

però ecco, che altro si può fare: se la montagna non va a maometto..
e buon ferragosto a tutti.
















poche righe per dire che, finalmente, dopo mesi e mesi di attesa, canal+ ha trasmesso il concerto tenuto dagli arcade fire all’olympia di parigi il venti marzo scorso.
non si tratta del live integrale; mancano alcune canzoni – in primis windowsill, sul cui finale win butler aveva fracassato la chitarra acustica contro un amplificatore -, quasi tutti i dialoghi col pubblico, e (giustamente, direi) ogni accenno al piccolo malore di jeremy gara. ma colori e regia e suoni sono splendidi; e c’è una neon bible acustica, suonata al centro del teatro ancora vuoto, con l’immagine degli arcade fire che escono che sfuma in quella degli spettatori che entrano, di corsa, per raggiungere le prime file.
è veramente bello, e vale assolutamente la pena vederlo.

per chiunque voglia, il live degli arcade fire all’olympia è qui (o qui). [note]

# bonus: my body is a cage, lione, diciotto luglio duemilasette.
il particolare interessante e folkloristico è costituito dal that’s me wife, asshole! in apertura del pezzo, indirizzato da win a un tipo che insisteva a gridare régine, get naked!. per i primi trenta secondi della canzone, tutti sul palco hanno continuato a ridacchiare, win compreso. e régine sembrava decisamente soddisfatta.
















tanto per rompere il ghiaccio #2,
un’altra protagonista del mio emmabodafestivalen duemilasette:

.

.


[ frida vermina, rough bunnies ]

.

.
















tanto per rompere il ghiaccio,
la vera protagonista del mio emmabodafestivalen duemilasette:

.

.




[ anna vermina, rough bunnies ]

.

.
















mai! più! senza!

.

.

il mio oggetto di culto dell’estate duemilasette.
svedese al cento per cento.
assolutamente, intensamente addictive.
perché, davvero, una volta provato non si può più farne a meno.
e si finisce a chiedersi, ‘come accidenti facevo, prima?’.