milano, 25. 09. 2007 – joanna newsom (*)
di nuovo in partenza.
casa – milano – salisburgo – casa, in poco più di quarantotto ore.
stamani, per la prima volta, mi sono chiesta ma chi me lo fa fare?.
poi mi sono ricordata che quest’anno è il duemilasette, c’è poco da fare.
e mi è scappato da ridere, e ho pensato che deve andare così.
è tutto talmente bello; davvero.
[ l'ultimo sole d'estate ]
firenze, 18. 09. 2007 – shannon wright (*)
[ed ecco, davvero non la immaginavo così viscerale e intensa. per non parlare della quantità di persone impegnate in una sorta di heavy headbanging durante tutto il concerto]
c’è questa cosa della difficoltà di comunicazione tra genitori e figli, no? parlare lingue diverse; abitare mondi diversi, anche. conoscersi poco, per quanto bene ci si voglia.
la sottoscritta ogni tanto fa qualche timido tentativo di prendere per mano papà e mamma, e accompagnarli nel suo piccolo universo disordinato – pieno di storie, musica e colori.
in generale, devo dire, non ho mai raccolto risultati degni di nota.
l’ultima (geniale!) idea è stata quella di comprare quattro biglietti per il concerto degli arcade fire a vienna. due per me e per il socio; e due per loro.
ho pensato, vienna, che è talmente bella!. ho pensato, gli arcade fire, un gruppo che adoro e che significa così tanto per me!. ho pensato, un fine settimana in una città che amano e che non vedono da moltissimo tempo!. e mi sembrava davvero una prospettiva fantastica e irresistibile; soprattutto per loro.
poi. qualche giorno fa. sto riguardando il dvd degli arcade fire all’olympia. e mentre stanno suonando laika, mia madre entra in casa, e osserva per pochi istanti la tv. non fa nessun commento; ma ha dipinta sul viso un’espressione a metà tra il disgustato e il basito – qualcosa come e questa sarebbe musica? – che dice più di mille parole.
in sostanza.
qualcuno è per caso interessato a due biglietti per un concerto degli arcade fire, a vienna, sabato dieci novembre prossimo?
no, perché io ne ho giusto un paio di troppo.
mi ricordo ogni minuscolo dettaglio che circonda quell’istante – l’istante in cui, immersa nelle mie grosse cuffie e nei miei pensieri, ho sentito la bocca dello stomaco stringersi in una fitta di emozioni; e senza saperlo, ho iniziato ad amare un disco di quell’amore così profondo che non sbiadisce col passare del tempo.
la stazione di prato nel primo pomeriggio di un giorno di primavera, così sonnolenta e pigra.
la luce sporca dentro l’ascensore del binario due.
la consistenza fredda e scivolosa del pulsante meno uno sotto il mio indice.
le porte di acciaio lucido che si chiudono dopo aver esitato a lungo.
e ancora – la mia mano che gioca distratta con la maniglia estraibile del trolley; lo scatto goffo dell’ascensore quando finalmente decide di muoversi, lento e pesante; il mio sguardo che si perde d’un tratto in qualche paesaggio lontano.
le parole your love is something i cannot remember che mi restano appiccicate addosso; loro per prime, a me e alle mie domande senza risposte, alla mia nostalgia triste e impotente e incredula per i sentimenti che muoiono.
una manciata di minuti dopo sono seduta su una panchina del binario sette, e premo il tasto indietro, e metto a fuoco la frase con cui quella canzone si apre.
i don’t want to feel like i don’t have a future.
mi sembra di vedere me stessa riflessa in uno specchio; ma uno specchio parecchio ottimista.
perché in verità io, in quel preciso momento della mia vita, sto già soffocando in un niente accecante; e non faccio nulla per uscirne. invischiata in un misto odioso di insicurezze e delusioni e disillusioni, ostinata a non lasciarmi andare a nessun sogno e a nessuna aspettativa. inerte; immobile.
finisce che rimetto il disco da capo.
e mi accorgo che in ogni brano c’è qualcosa che mi ferisce.
e non riesco a smettere di ascoltarlo.
per giorni, per settimane, per mesi.
decontestualizzo, e taglio, e incollo. persa, gli occhi tristi e rossi. penso alle mie fughe immobili; ai miei vuoti, riempiti per anni con cose che mi hanno fatto, che mi fanno male. a cigarette can’t cover up the mess i’m in, but it makes me feel less lonely. again, and again.
è come se dentro di me ogni confine si sciogliesse, ogni cicatrice si riaprisse.
le esperienze distanti nel tempo, i ricordi, gli sbagli e i dolori, i sentimenti ormai spenti – tutte le mie cattive volontà – si confondono col presente, e si lasciano vivere per una volta ancora.
finché a un certo punto mi rendo conto che non mi appartengono più; che davvero sono altro da me, oggi. e mi scopro felice.
non scrivo più cose come questa, o questa; perché è così che mi sento.
ho voglia di sorrisi, di progetti.
di futuro.
ho sempre pensato che l’idea della musica che ti salva la vita fosse un po’ esagerata.
grazie ad our ill wills non ne sono più così convinta.
[mai dire ràider]
un rider di iggy and the stooges.
assolutamente da non perdere le pagine tre e diciotto.
ed eterna gratitudine al roadie jos grain, il più probabile responsabile di cotanta beltà.
[grazie a colin meloy e a paso]
[piccola parentesi autocelebrativa]
dopo una settimana in cui ho praticamente dedicato ogni ritaglio di tempo libero a scervellarmi su come modificare a mio uso e consumo il template di una galleria di immagini in flash di cui mi ero innamorata – ecco, finalmente ci sono riuscita; grazie a qualche suo prezioso suggerimento, e soprattutto alla mia testardaggine. (il motivo d’orgoglio consiste nel mio essere totalmente digiuna di qualsiasi conoscenza sia di flash che di action script).
ho ancora un mare di foto da infilarci; ma è già ufficialmente online, qui.
se notate qualche difetto o cattivo funzionamento, mi raccomando: ditemelo. in particolare se avete un mac, ché dato che io (purtroppo) non ce l’ho, non ho modo di controllare come si visualizzi la galleria.
non sei mai stata una grande frequentatrice di cimiteri.
più precisamente, tendevi a non andarci affatto.
ogni tanto tua madre ti prendeva per un braccio e ti trascinava con sé; e tu ti limitavi a sospirare, docile e contrariata, rimuginando in silenzio su quanto poco sensato fosse stare in piedi davanti a una tomba, infilare dei fiori in un vaso, recitare meccanicamente qualche preghiera pensando ehi nonno, ehi nonna, come va? mi mancate, spero stiate bene lì dove siete adesso e cose del genere. ma niente di più.
così ti fa uno strano effetto, oggi, sentire il bisogno di salire in macchina per andare a trovare tua zia. innaffiare le piantine dai colori vivaci; pulire la lapide dalla polvere, dai petali secchi, dalle macchie lasciate dalle gocce di pioggia; e soprattutto parlare con lei, avere voglia di darle un abbraccio.
tua zia. che ormai è solo un mucchietto di cenere in un’urna di legno.
le vecchiette ti sorridono, ti dicono cose come che brava nipote oppure le volevi davvero tanto bene, e tu non puoi fare altro che sorridere di rimando, e ringraziare.
ma quello che senti dentro è una tristezza fonda e leggera al tempo stesso; un’emozione fintamente liscia, fintamente rotonda, che ti solletica le pareti dello stomaco, e ti porta a chiederti perché ti riuscisse così difficile dimostrarle il tuo affetto quando ancora esisteva in questo mondo; e più in generale, che tipo di amore sia quello che sa brillare forte solo quando il suo oggetto è lontanto – lontano, e perduto per sempre.
[come on hide your lovers underneath the]
covers!
dopo i foo fighters che rifanno keep the car running,
e la versione di ocean of love dei calexico b-side del sette pollici di intervention,
ecco la cover che non ti aspetti.
tocca di nuovo ad ocean of noise,
ma stavolta ad interpretarla è qualcuno che davvero non avresti immaginato.
signore e signori,
ecco a voi:
norah jones – ocean of noise [audio - video#1 - video#2]