onorando una tradizione nata appena dodici mesi fa,
comunico a tutti che oggi luna compie cinque anni.
non dimenticate di farle gli auguri, mi raccomando.

[ le pagine di luna, con biografia, foto ridicole e amenità varie ]
[[ e poi, naturalmente, il suo twitter e il suo myspace ]]
















di quanto sia ridicola (nel senso che fa ridere) la nuova pubblicità della axe credo abbiano già scritto in molti. personalmente mi trovo d’accordo con giulia: lui pensa che vengano tutte lì a scoparselo, e invece quelle (si capisce dalle facce) vengono per sbranarlo.
soprattutto, però, ogni volta che la vedo mi torna in mente una fantastica puntata della terza serie di northern exposure. il motivo? beh. ecco a voi una breve sinossi:

chris goes into ‘heat’, emitting a seductive scent which attracts women of all types from near and far. a periodic affliction of stevens men, chris is prepared for the onslaught of women mesmerized by his smell. joel is also fascinated by this biological phenomenon and launches into a scent study of his own

com’è ovvio, consiglio caldamente a tutti la visione:

northern exposure – only you
















estemporanea (ma anche no) #2

e poi, ogni volta che mi metto a fischiettare la melodia di savannah smiles degli okkervil river, la mia gatta arriva di corsa, mi guarda, emette qualche timido miagolio, mi annusa un braccio – destro o sinistro fa lo stesso, dipende da quale dei due è più a portata di naso – e si butta a darmi zuccate e bacini, tutta emozionata ed entusiasta.
dopo le dimostrazioni d’amore per arcade fire e national, la conferma definitiva che i gusti musicali di micialuna sono assolutamente ineccepibili.
















all’inizio sei sinceramente convinta che l’unica cosa davvero necessaria siano le parole.
sono loro che ti guariranno, sono loro e loro soltanto che ti restituiranno il sorriso.
l’idea di prendere delle medicine ti fa inorridire; ti fa paura, anche.
scegli di vedere solo persone con cui parlare – magari fino allo sfinimento; magari fino a piangere per ore, dopo – perché non sarà certo una formula chimica che ti salverà.
ma non funziona; non funziona affatto.
ti trovi costretta a vederne altre ed altre ancora, di persone.
e cominci ad accumulare foglietti bianchi – grafie illeggibili e odiose prescrizioni.
dato che non hai nessuna intenzione di piegarti a sciocche, vuote, umilianti soluzioni sintetiche, metti via di nascosto ogni pillola e capsula e compressa. alcune le tieni da parte, perché ti affascina il colore che hanno; ma la maggior parte le butti, semplicemente.
non ci credi, non ci credi, non ci credi.
e non ci crederai mai.

vai avanti così. giorno dopo giorno.

finché d’un tratto non ti accorgi che sono passati nove anni, e che stai ancora male, e che la tua vita sta dolcemente andando a rotoli; e realizzi che sei stanca di continuare a guardare infinità di parole che prendono forma e ti si avvicinano e ti girano attorno – senza mai riuscire a toccarti per davvero, di fatto.

così decidi che vaffanculo il come, vuoi solo che le cose cambino, finalmente.
per la prima volta ti affidi completamente a qualcuno.
per la prima volta smetti di dubitare e obiettare e discutere.
per la prima volta ti sforzi di aver cura di te stessa.
e, piano piano, ti senti meglio.

oggi è arrivato il momento di iniziare a smettere; camminare con le tue gambe.
col tempo hai imparato ad essere molto più fatalista di quanto mai avresti ritenuto possibile.
e non c’è più niente in cui tu creda – o non creda – ciecamente, e a prescindere.
eppure, fa lo stesso un po’ paura.
















hildur ársælsdóttir – amiina
[bologna, 12.10.2007]

[bonus pics]

          
















[cinque]

| io vivo
sempre
insieme
ai miei capelli
|

quando ero piccola avevo dei capelli piuttosto ricci e molto incazzosi.
non facevano altro che intrecciarsi e annodarsi e ingarbugliarsi.
e bastava mostrarmi un pettine perché io mi mettessi a strillare come se qualcuno mi stesse sottoponendo a torture indicibili.
ben presto divenni l’incubo di ogni parrucchiere che avesse a che fare con me; e un pochino anche di mia madre.
finì, più o meno inevitabilmente, che per i primi sette, otto anni della mia vita fui una bambina dai capelli corti.
in seguito, anche nei periodi in cui li lasciavo crescere, loro sembravano aver imparato la lezione: relativamente disciplinati e malleabili, mi concessero una lunga, serena tregua.

poi, un giorno, arrivò il millenovecentonovantacinque; e io diventai una ragazza esageratamente incasinata e triste e sola.

i miei capelli ripresero ad annodarsi con un impegno e una motivazione quasi commoventi.
non so quante bottiglie di balsamo ho consumato in questi dodici anni – quante infinite mezz’ore ho passato accovacciata in bagno, armata di un pettine a denti larghi, cercando di sciogliere i rovi ostinati che mi ritrovavo in testa.
tutti i nodi vengono al pettine, pensavo.
e proprio non riuscivo a non vederci un qualche significato simbolico – un qualche monito lanciato dal mio corpo, dalla parte più profonda della mia coscienza.
tutto questo è sbagliato.
tutto questo ti fa male.
tutto questo ti rende così infelice
.
i nodi nei miei capelli – metafora concreta di me stessa.

così.
oggi.
rendermi conto che finalmente.
da settimane e settimane.
non ci sono più nodi e garbugli a perseguitarmi, né pettini a mandarmi in crisi.
ma solo, quasi soltanto morbidezza.
ecco, è una cosa che mi fa sorridere.
tanto.
















ali howard – lucky soul
[bologna, 5.10.2007]

[l'altra volta, qui]
















ice cream is here to stay!
quando ero bambina, succedeva spesso che i miei genitori mi raccontassero buffi, piccoli aneddoti di loro a sei, sette, otto anni, che aspettavano impazienti l’arrivo in paese del camioncino dei gelati.
ogni giovedì pomeriggio della loro infanzia, tra maggio e settembre, correvano in strada con i fratelli più piccoli per mano, e un’eccitazione febbrile a solleticargli le gambe. discutevano di vaniglia e cioccolato, di strani gusti immaginari, di coni di dimensioni gigantesche. finché finalmente, da lontano, non sentivano una voce gridare dentro un megafono bambini! è arrivato il gelato! piangete, che le vostre mamme ve lo comprano!; e da dietro una curva, spuntava il camioncino bianco del signore dei gelati.
si faceva chiamare peppino in gondola. aveva un cappello di paglia in testa, un sorriso grande grande, e a volte regalava dei bastoncini di zucchero a strisce bianche e rosse.
da lì in poi, era tutto uno sporgersi di manine, un urlare io! io! come per paura che il gelato potesse finire all’improvviso; ma naturalmente non finiva.
quando anche l’ultimo bambino si era seduto sul muretto a gustare il proprio cono accanto agli altri, il camioncino di peppino in gondola ripartiva. e molte paia d’occhi lo osservavano scivolare via, dondolando le gambe zeppe di lividi e croste, in silenzio, persi nella dolcezza del gelato – nella dolcezza dell’infanzia e dell’estate.

tutto questo mi torna in mente grazie a fabio, e alla sua segnalazione di songs for ice cream trucks di michael hearst, qualche tempo fa.
è uno di quei dischi che scaldano il cuore, delicato e gentile, sorridente. un trionfo di organetti e glockenspiel e fisarmoniche, capace di dipingere un intero mondo, e farlo assaporare anche a chi non lo ha mai vissuto. una piccola meraviglia, insomma.
da avere.

# michael hearst – where do ice cream trucks go in the winter?
# michael hearst – before i drive away

ancora su michael hearst:

# qui i suoi racconti, alcuni dei quali sono stati pubblicati da mcsweeney’s;
# one ring zero, il progetto di ethno-pop a cui dà vita assieme a joshua camp;
# as smart as we are, l’ultimo (fantastico) lavoro a firma one ring zero, con testi di dave eggers, jonathan lethem, rick moody, myla goldberg, a.h. homes, paul auster, neil gaiman e altri
















john engelbert – johnossi
[salisburgo, 26.09.2007]