adam olenius
shout out louds
[salisburgo, 26.9.2007]
[bonus pics]
casa dei miei è invasa dagli insetti.
sono dei cosi nemmeno troppo minuscoli.
color verde molto scuro.
con le ali e le antenne.
e sei ridicole gambette.
il rito dell’aspirapolvere si ripete caparbio più e più volte.
e lo stesso quei mostriciattoli compaiono ovunque, silenziosi e inesorabili: sui soffitti, sulle pareti, sui pavimenti, sul tavolo di cucina, sulla trapunta di piume d’oca. ma sono i davanzali delle finestre i loro luoghi d’elezione; è lì che si affollano tutti quanti, attratti da chissà quale lusinga, e puntualmente muoiono – non è chiaro se nel tentativo di entrare o di uscire.
io odio gli insetti.
la notte di pasqua, prima di addormentarmi, ho indugiato a lungo in pensieri e immagini particolarmente fastidiosi – un insetto che dalla punta del lampadario si lanciava verso il mio letto, e si divertiva a passeggiare sul mio viso, introdurmisi nel naso negli occhi nelle orecchie mentre io, ignara, sognavo – cose così. finché a un certo punto – come maggie in un episodio di nothern exposure – ho realizzato che loro sono ovunque. una quantità infinità di insetti microscopici, organismi talmente piccoli da non accorgersi che esistono; ma che sono con noi e in noi, ogni istante, sulla nostra pelle e nel nostro respiro.
la vita è ovunque.
non so se sia un’idea che mi tranquillizza, o al contrario mi inquieta – almeno un po’.
[ la primavera sui rami #2 ]
mi succede soprattutto la sera – camminando sotto i portici, o seduta in macchina con gli occhi persi fuori dal finestrino. c’è sempre qualcosa, nella vetrina di una tabaccheria, o in un’edicola di quelle minuscole e disordinate, che mi stringe il cuore al solo guardarlo. un pelouche, un gioco di plastica, una matita con la testa ricoperta di piume; cose così, piccole e non esageratamente belle – un pochino perplesse in quei contesti a cui non appartengono del tutto. e ogni volta, le stesse immagini e le stesse sensazioni prendono forma dentro di me.
un uomo che torna a casa dal lavoro – il viso e le mani stanchi – e si ferma a prendere un pacchetto di sigarette, o un quotidiano; e proprio prima di pagare vede uno di quegli oggetti, tenero e smarrito, e decide di comprarlo – un regalo per la sua bambina.
è una scena dolce, credo. ma io finisco invariabilmente per essere assalita da ondate di malinconia così intensa che quasi mi viene da piangere.
come se in quell’uomo riconoscessi mio padre – gli anni di fatica, il suo amore così grande e luminoso – e non potessi fare a meno di sentirmi in colpa. per quello che non sono stata, per quello che non sono, per quello che forse non riuscirò mai a essere; per la paura di non sapergli dimostrare il bene che gli voglio – di non sapergli regalare tutti quei sorrisi che lui ha sognato per me, fin da sempre.
[ gemma di primavera o piccolo squalo verde in mare rosa pallido? ]